Un’associazione di famiglie di origine peruviana promuove a Milano un corso di affettività e sessualità per figli e figlie

caporales santos

Tutto è nato da un’idea balenata mentre davo un aiuto per i preparativi del Pride milanese lo scorso anno. Un amico si occupava di contattare gruppi musicali e di danza che potessero animare la parata e pochi mesi prima avevo conosciuto un gruppo di danza “caporales” (un ballo di origine boliviana) formato prevalentemente da giovani di origine peruviana. Gli suggerii di contattarli e di invitarli: poteva essere un modo per rendere il corteo più multiculturale nelle sue espressioni artistiche e anche un’occasione per coinvolgere le associazioni di immigrati e di seconde generazioni.

Contemporaneamente mi stavo dedicando ad un progetto rivolto a giovani gay, lesbiche, bisessuali e transgender figli di immigrati. Grazie a questa esperienza, il mio proposito era quello di raggiungere i genitori e di verificare la loro sensibilità verso le tematiche dell’omosessualità e dell’identità di genere e la prima occasione mi fu offerta proprio nell’ambito della comunità peruviana. Fui invitato al consolato peruviano per un seminario dedicato alle seconde generazioni in cui, a sorpresa, mi chiesero di presentarmi: decisi di parlare del progetto rivolto alle seconde generazioni LGBT. C’erano il console, alcuni volontari di un’associazione, giovani e famiglie. Al termine del seminario, mi vennero incontro due persone, mamma e figlio, chiedendomi se ero coinvolto in Arcigay che li aveva contattati per partecipare al Pride. La donna, Maria del Rosario Montalvo, è la presidentessa della Fraternidad Artistica Caporales Santos Milano, uno dei vari gruppi di danza caporales presenti sul territorio milanese. Due anni fa si è costituita in associazione tramite l’Arci e oggi sta diventando a Milano protagonista di una interessante iniziativa nata proprio grazie a quella fortunata circostanza e all’amicizia che ne è seguita.

Già nel mio primo incontro con i gruppi di danza latinoamericani, di cui narro in un altro articolo, mi ero reso conto della loro grande potenzialità a livello formativo e sociale. Ho conosciuto altri gruppi analoghi a Milano e ho capito che su questo avevo ragione. Grazie ad un lavoro che mi era stato commissionato da un’agenzia di ricerca sociale, sono entrato a contatto coi loro responsabili e mi sono addentrato più in profondità nelle loro dinamiche interne.

In particolare ho coltivato un rapporto speciale coi Caporales Santos che, in occasione di una festa cui mi avevano invitato, mi hanno chiesto se ero disponibile ad aiutarli ad organizzare un incontro coi figli e con le figlie sulle questioni legate all’affettività e alla sessualità. Una questione in particolare preoccupava i genitori: nelle famiglie di origine latinoamericana succede che alcune ragazze adolescenti rimangano incinte con una serie di conseguenze sui loro percorsi di crescita. Per questo motivo volevano rendere figli e figlie più attrezzati nella gestione della sessualità.

Che lo chiedessero a me – che mi occupo notoriamente di omosessualità – mi è parsa una cosa curiosa e incoraggiante insieme. La richiesta mi confermava quello che avevo inteso, cioè che su queste tematiche erano disponibili e sensibili.

Ho chiesto un aiuto alla mia collega psicoterapeuta Chiara Caravà per realizzare questo percorso. Abbiamo deciso di effettuare alcuni incontri di indagine sui modelli di riferimento e sulle esperienze che appartengono a questo gruppo di adolescenti e giovani per poi strutturare una proposta formativa più articolata che possa rispondere ai loro bisogni. L’intenzione dei genitori di questa associazione è quella di estendere la proposta a tutti i gruppi di danza con cui essi sono in contatto, raggiungendo quindi un numero di giovani che si aggira intorno ai 180-200 in tutta Milano.

In un periodo in cui nella scuola pubblica italiana alcuni gruppi di pressione terrorizzano i genitori sulla possibilità che nell’educazione affettiva e sessuale dei figli si parli anche di stereotipi di genere, di omosessualità e di non conformità di genere, il fatto che un’associazione di famiglie di origine peruviana si faccia promotrice di una iniziativa formativa come questa in cui si parlerà di tutte le forme di sessualità e di affettività, è decisamente degna di nota. E merita di essere conosciuta e divulgata perchè rompe lo stereotipo secondo il quale gli immigrati siano indifferentemente più omofobi degli italiani.

La lungimiranza di questi genitori diventa una risorsa per tutta la comunità milanese dove spesso le associazioni di immigrati vengono relegate a ruoli minori o racchiuse in una cornice etnica e folcloristica. Vengono invitate alle sfilate e alle manifestazioni perché sanno creare un clima festoso ed esibiscono le “loro tradizioni”: e questo va benissimo. Tuttavia ci si dimentica che sono anche luoghi dove si promuove socialità, cultura e formazione; e dove i genitori e figli si interrogano sulle sfide del presente e danno prova di voler crescere insieme condividendo e intrecciando le proprie esperienze.

Massimo Modesti

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