Giovani LGBT+ figli di immigrati: una presenza in crescita, un discorso che resta in ombra

Un gruppo di ragazze di origine filippina alla marcia del Milano Pride 2018.

Da una decina di anni a questa parte, il movimento LGBT+ italiano ha iniziato ad interrogarsi e ad attivarsi sul tema delle persone straniere che chiedono asilo e protezione per sfuggire a condizioni di pericolo, minaccia o violenza legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Per facilitare il processo di richiesta e concessione dello status di rifugiato, molte associazioni si sono attrezzate con sportelli dedicati e volontari competenti. Inoltre, negli ultimi anni, le lotte di piazza per i diritti alla libertà, alla protezione e alla tutela delle identità LGBT e per il riconoscimento delle relazioni tra persone dello stesso sesso, si sono aperte in maniera intersezionale alle lotte femministe, antirazziste e, soprattutto, al tema dell’accoglienza dei migranti. Una propaganda sempre più serrata di criminalizzazione dei migranti e dei richiedenti asilo, e un’opinione pubblica arroccata su posizioni sempre più esplicitamente razziste e violente – in un periodo storico caratterizzato da stagnazione e crisi economica – hanno spinto i movimenti, ma anche ONG, parte della stampa di settore e gruppi di politici e cittadini, a sollevare il tema di una corretta informazione e del rispetto dei diritti e della dignità di tutte le persone indipendentemente dal loro background e dalla loro identità.

Si sta facendo molto, quindi, intorno al tema dei migranti e richiedenti asilo LGBT+ e va dato merito anche ad una crescente mobilitazione su temi correlati, come un’informazione corretta sulla prevenzione dell’HIV dedicata a questi gruppi di nuovi cittadini. Inoltre, aumenta l’informazione e la sensibilità riguardo alle difficoltà e ai progressi delle persone LGBT+ nei vari Paesi e continenti, grazie anche all’impegno di blogger competenti come gli autori e collaboratori de Il Grande Colibrì, alle campagne di movimenti come l’Associazione Radicale Certi Diritti e all’affermazione di attivisti italiani di origine straniera, un nome fra tutti quello di Wajahat Abbas Kazmi.

Resta in ombra, tuttavia, una questione che alcuni negli ultimi anni hanno sollevato e che stenta a farsi strada: quella delle persone LGBT+ con background migratorio, ovvero sia immigrati di lunga permanenza sia figli/e di immigrati o “seconde generazioni”. Mi sono chiesto per lungo tempo le ragioni di questa difficoltà a portare l’attenzione sul tema, ad approfondirlo e ad attivare le risorse associative per eventuali percorsi di aiuto. Eppure ci sono stati anche casi saliti alla ribalta della cronaca che hanno – sebbene per breve tempo – acceso i riflettori sulle difficoltà che possono vivere questi/e giovani, due fra tutti: l’episodio del giovane di origine marocchina a cui è stato sottratto dai famigliari il passaporto mentre era in Marocco (salito alla ribalta delle cronache grazie a Le Iene) e, ancora più pesante, l’uccisione di un giovane di origine cinese da parte di coetanei a Prato. Lasciamo per ora da parte il tema dell’esotismo con cui questi fatti di cronaca sono stati affrontati dai media italiani. Si tratta di casi estremi e gravi, ma altri di gravità intermedia li ho conosciuti io stesso nelle reti di conoscenze informali e di amicizia. Storie di conflitti e di sofferenza che non arriveranno mai alle nostre orecchie.

Chi sono, come se la passano, dove e come vivono, che difficoltà sperimentano e che soluzioni hanno trovato questi giovani per integrare la propria identità LGBT+ con il background migratorio? Hanno fatto coming out oppure no, e se lo hanno fatto come è andata? Quali strategie di sopravvivenza hanno messo in atto nel caso di situazioni di conflitto importanti?

Me lo sono domandato a partire in particolare dal 2013 quando ho coinvolto un piccolo team di attiviste e ricercatrici intorno a questi interrogativi per esplorare le esperienze di questi adolescenti e giovani e portarle a conoscenza dell’opinione pubblica e soprattutto delle associazioni LGBT+ e di immigrati. Con qualche difficoltà quel progetto è riuscito ad avere dei momenti di diffusione pubblica (tra cui un convegno finale nel novembre del 2015), ma storie, riflessioni e conclusioni raccolte rimangono ancora nel cassetto. Personalmente continuo a riflettere su come dare risalto a questi argomenti e, quando possibile, condivido le mie idee per trovare strumenti per avvicinarsi e avvicinare eventuali giovani in difficoltà. Dico eventuali perché ci sono invece molte storie di giovani figli di stranieri che hanno affrontato nel migliore dei modi il loro coming out e penso che sia importante raccogliere e diffondere anche queste. Nel 2018 è uscito il romanzo autobiografico di Shi Yang Shi, attore di teatro e cinema, che racconta con ricchezza di dettagli che cosa è stato per lui scoprire la propria omosessualità da ragazzo e adolescente figlio di immigrati cinesi in Italia. Per ora mi risulta che sia l’unica testimonianza pubblica importante e di ampia risonanza di una seconda generazione LGBT+ e mi piacerebbe sapere se questa abbia contribuito ad accendere un faro e a spingere famiglie, associazioni e istituzioni a prendersi a cuore le difficoltà che potrebbero vivere ragazzi e ragazze di seconda generazione.

Stanno nascendo le cosiddette “case rifugio” per ospitare e dare protezione temporanea ad adolescenti e giovani costretti a sfuggire minacce e violenze famigliari. In casi estremi, data una buona diffusione dell’informazione a livello nazionale, potrebbe essere una soluzione efficace per chi non può cavarsela da solo e desidera fuggire da una condizione insostenibile. Alcuni giovani che ho avuto modo di conoscere hanno trovato il coraggio di emigrare nelle grandi città per allontanarsi da un clima famigliare divenuto insostenibile dopo il loro coming out (volontario e involontario), con la speranza di trovare libertà e tolleranza. Tuttavia l’autonomia forzata può a volte essere un salto nel vuoto e l’aiuto di qualcuno risulta fondamentale nei primi tempi. Chi non l’ha trovato in famiglia o nelle reti di aiuto formali, a volte l’ha trovato in qualche adulto che – coinvolto in una relazione romantica o meno – si è preso cura per un certo periodo del ragazzo. Qualcuno, più in difficoltà nel trovare lavoro e aiuti, ha cercato altre strade per non trovarsi senza un tetto, tra queste anche la prostituzione.

Queste strategie non sono chiaramente un’esclusiva delle seconde generazioni: adolescenti e giovani LGBT+ cacciati e ripudiati dalla famiglia hanno dovuto arrangiarsi da soli per sopravvivere in tutte le latitudini e le epoche storiche. Tuttavia la condizione del giovane figli di immigrati ha delle peculiarità che possono essere sia vantaggi che svantaggi a seconda della situazione, come ad esempio il fatto di avere reti famigliari spesso transnazionali e quindi parenti che vivono in vari Paesi e potrebbero fornire un aiuto. Quello famigliare non è il solo tema da affrontare per gli LGBT+ con background migratorio, perché spesso famiglia è uguale a comunità co-etnica, ovvero la popolazione immigrata della stessa nazionalità, lingua e religione che vive sul territorio. Le soluzioni estreme hanno un costo a livello personale e famigliare molto alto se sono dettate dall’urgenza di togliersi da una situazione imbarazzante o di pericolo: il rischio di trovarsi per strada e quello di vedersi tagliato fuori dai legami di sangue e comunitari.

Non è questo il contesto in cui affrontare le varie questioni specifiche che affliggono gli LGBT+ di origine straniera: questi sono solo alcuni cenni per avere una quadro della complessità dello sfondo su cui voglio articolare il mio discorso. Ritorno quindi alla domanda iniziale: perché nonostante i vari tentativi di portare a galla il tema per una presa di coscienza e un approfondimento specifico anzitutto, le questioni che riguardano gli LGBT+ figli di immigrati continuano ad essere ignorate? Provo ad elencare alcune delle possibili ragioni, alcune delle quali rappresentano reali difficoltà mentre altre sono basate su pregiudizi:

Non fanno notizia perché oggi i riflettori dei media e della politica sono tutti puntati sull’emergenza delle migrazioni che arrivano dalla rotta mediterranea e sui richiedenti asilo;

Sono difficili da conoscere e da far emergere perché richiedono di entrare delicatamente nella quotidianità delle persone e delle famiglie ordinarie;

Si pensa che se la caveranno perché in fondo vivono in Italia e piano piano anche le loro famiglie saranno contagiate da un clima di tolleranza e libertà;

Non ci sono procedure validate e pronte da seguire per avvicinare e aiutare famiglie e giovani che si trovano in difficoltà (tanto che spesso lo veniamo a sapere da fatti di cronaca che sono solo la punta dell’iceberg);

Tendiamo a trattare le comunità immigrate come qualcosa di alieno (e spesso lo sono nella misura in cui non ne conosciamo la cultura e il funzionamento delle reti di relazione) in cui se succedono atti di intolleranza e violenza è perché “sono arretrati”, “sono mussulmani”, “è la loro cultura” o semplicemente “sono stranieri”;

Tendiamo a concepire le persone con background migratorio in base allo stereotipo che abbiamo sulla loro appartenenza: se sono mussulmani saranno per forza omofobi, se sono brasiliani saranno liberali e di mentalità aperta, ecc.

Le discoteche e i locali LGBT friendly di Milano e di altre città sono sempre più multiculturali e la presenza di adolescenti e giovani di seconda generazione mi dicono essere visibilmente in crescita anche nei luoghi del divertimento notturno. Le marce dei Pride sono sempre più multiculturali e basta andarci con regolarità anno dopo anno per vedere quanto sta cambiando la partecipazione in termini anche etnico-culturali. Nelle associazioni studentesche i temi delle libertà e dei diritti legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere sono oggi sempre più frequenti; inoltre, nelle associazioni LGBT i giovani di origine straniera stanno facendo capolino, così come gli studenti stranieri LGBT+ che vengono a frequentare l’università in Italia. Eppure non tutti sono studenti e non tutti si spendono pubblicamente usando la leva della propria storia di riscatto o di coraggio per fare attivismo. Non tutti sono attivisti e non tutti hanno le conoscenze, le informazioni e il coraggio per trovare da soli una soluzione alla propria condizione di difficoltà. Non tutti vivono nelle grandi città e non tutti hanno reti famigliari e amicali che possano sostenerli in caso di grave rifiuto da parte dei genitori. La maggiore parte dei giovani rimane nell’ombra, nel bene e nel male, e le loro storie completamente sconosciute. Credo che sia un dovere prendersi un impegno verso questi giovani e verso le loro famiglie perché non tutti se la sanno cavare da soli.

Lungi da me il separare le lotte in un momento in cui si stanno rendendo i movimenti per i diritti convergenti e intersezionali: tuttavia, dal punto di vista del benessere e dell’educazione delle nuove generazioni e dei genitori, è necessario conoscere e capire le esperienze specifiche degli LGBT+ nati dall’immigrazione per attivare eventualmente strumenti di supporto e di sensibilizzazione adatti ed efficaci. Tutta l’attenzione e l’aiuto sono oggi rivolti a chi fugge da una condizione di pericolo e minaccia a causa dell’identità sessuale e di genere ed è buono che la loro fuga trovi porti sicuri ad attenderli, ma è qui nei nostri paesini e nelle grandi città che bambini, adolescenti e giovani si trovano quotidianamente ad affrontare il tema della loro identità di genere e sessuale, a volte con gli strumenti per farlo, a volte senza. Sicuramente capiterà – a differenza di qualche decennio fa – di essere esposti mediaticamente o nei luoghi deputati all’istruzione a conoscenze e informazioni sulle questioni LGBT+ e questa è buona cosa, ma questo non arriverà a tutti e non sarà per tutti un’occasione di svolta.

Secondo la conoscenze e l’esperienza che ho raccolto in questi anni sul tema, il nostro problema nei confronti degli adolescenti e dei giovani LGBT+ figli di immigrati è che spesso non sappiamo come aiutarli e, soprattutto, non sappiamo come aiutare i loro genitori perché non li conosciamo, non sappiamo come la pensano su tematiche di genere e sessualità (o ancora peggio lo diamo per scontato), non abbiamo sviluppato delle buone pratiche interculturali a loro rivolte sui temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere non conforme. Ed è ora che questo venga fatto. Prevenire atti di limitazione della libertà e di violenza come quelli accaduti ai giovani di origine cinese e marocchina è un nostro dovere come organizzazioni e professionisti che si occupano dei diritti e del benessere delle nuove generazioni e può essere fatto in vari modi, a partire da semplici gesti di conoscenza reciproca e interazione fra soggetti attivi della società civile (ad esempio fra organizzazioni LGBT+ e organizzazioni di immigrati). Certo, non può essere solo un compito dell’attivismo: ci vogliono degli alleati professionalmente competenti sul territorio per creare magari progetti deputati a questo scopo.

Pochi giorni fa sono stato all’inaugurazione della sede AGEDO (Associazione Genitori di Omosessuali) di Como e – sapendo della sensibilità sul tema delle fondatrici – ho voluto portare all’attenzione del pubblico presente le mie riflessioni. Qui non stiamo parlando di accoglienza e integrazione: stiamo parlando di rendere le nostre realtà associative interculturali e capaci di connettersi con persone con background migratorio e di farsi aiutare da loro ad agganciare e aiutare eventuali famiglie e giovani in difficoltà sul tema dell’accettazione dell’orientamento omosessuale, bisessuale e transessuale. Questo si può fare, ma comporta di avere un’obiettivo e un impegno chiari.

Massimo Modesti

* Nei suffissi è stato usato il genere maschile per preservare la scorrevolezza nella leggibilità del testo, ma tutte le parole declinabili nel genere sono da intendersi in senso sia maschile sia femminile o neutro. Consapevole dei limiti della lingua italiana in questo senso, me ne prendo tutta la responsabilità.

2 risposte a “Giovani LGBT+ figli di immigrati: una presenza in crescita, un discorso che resta in ombra

  1. RicevutoGrazieBuona continuazioneLahcen

  2. Pingback: Se vogliamo parlare di migranti LGBTQI, non possiamo interessarci soltanto di richiedenti asilo e rifugiati – Su Di Noi ~ Nuvole e Favole

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