Dalle Filippine all’Italia, forbici in mano: il salone di Bryan e Jhen

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Tre anni fa fui invitato ad un concorso di bellezza filippino. Ero arrivato da poco a Milano e non sapevo che tra i filippini questi concorsi fossero tanto importanti, anche in Italia. Durante la lunga attesa per l’inizio dello spettacolo mi venne consegnato un biglietto da visita: si trattava di un parrucchiere che lavorava nel backstage, Bryan Luntanyao. Sono passati tre anni e da allora sono sempre andato da lui. Nel frattempo è anche diventato padre e in via Cenisio 37 ha aperto un nuovo negozio dove lavora con la sua compagna Jhen. Gli ho voluto fare qualche domanda per conoscere meglio la sua carriera.

Quando hai iniziato la tua attività?

Sono nato da una famiglia povera a Cagayan de Oro, sulla costa nord dell’isola più meridionale delle Filippine. Sapevo che non sarei riuscito a fare l’università, così pensavo che avrei lavorato come tassista o barbiere. A 21 anni per alcuni mesi ho fatto il barbiere poi ho capito che un parrucchiere guadagna il triplo: io prendevo dai 150 ai 300 al giorno mentre loro dai 1000 ai 3000 pesos. Ho lavorato alle dipendenze di parrucchiere per cinque mesi, ma guadagnavo poco. Poi sono andato a lavorare nel salone più famoso delle Filippine: David Salon.

Quali sono stati i tuoi maestri e ispiratori?

A 17 anni ho conosciuto un parrucchiere gay che mi ha insegnato un tipo di taglio maschile, ma già a 11 anni tagliavo i capelli ai miei amici. Dopo la scuola media ho lavorato nei fast food, ma era molto stancante: non volevo farlo per tutta la vita. Quindi sono ritornato a pensare alla carriera di parrucchiere.

E quando sei venuto in Italia?

A 25 anni mi sono trasferito a Milano. Molti mi dicevano che non sarei riuscito a fare il parrucchiere in Italia, che non funzionava e che avrei dovuto lavorare come domestico. Invece ho dimostrato che non è vero. Ho lavorato in vari saloni italiani, poi a casa e infine ho aperto in via Cenisio.

Lo affianca la sua compagna Jhenz che mi racconta: “Ho iniziato due anni fa a lavorare con lui e all’inizio non sapevo nulla. Ho imparato guardandolo e chiedendo consiglio. Mi trovo bene con lui chiaramente perché ci basta uno sguardo per capirci, ci conosciamo bene”.

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Ne approfitto per fare qualche domanda anche ai suoi clienti e chiedo loro perché vengono da Bryan. Sono tutti filippini di prima o seconda generazione, ma vengono anche italiani come me di tanto in tanto.

Menchie: “Lo conosciamo da tanti anni. Abbiamo fiducia in lui e poi è bravo. Veniamo tutti e tre insieme di solito, io e i miei figli”.

Liam: “Vengo qui perché devo seguire mia mamma (ma ti piace Bryan? che cosa ti piace del suo lavoro?) Mi piace come mi taglia i capelli”.

Ethel: “He knows the Filipino style, he knows the kind of hair we have. So we don’t need to explain to the hairdresser. If we go to an Italian hairdresser, we could be disappointed of the result. So I feel more comfortable with him. He is also friend of my daughter”.

Myla: “We understand each other because we speak the same language. I work close to his saloon and I pass here when I go back home”.

Helma: “Vengo a fare taglio e colore. Il prodotto è buono perché non ha ammoniaca”.

Stephanie: “È bravo coi tagli e anche con la stiratura. Lavoro qui vicina e passo di qui per tornare a casa. Vivo a Lambrate. Sono amica di sua moglie e prima andavo a casa loro a tagliare i capelli. Ci conosciamo da circa da quattro anni”.

Ian: “Ci siamo trovati bene perché conosce tutti i tipi di capelli. Solo guardando il viso capisce quale taglio ti sta bene. Per esempio io ho 45 anni e dopo il suo taglio sembro averne 25! Io vengo da San Donato apposta per tagliarmi i capelli da lui. Ne abbiamo provati tanti. Vengo da lui prima di tutto perché ha i titoli per esercitare e poi perché mi piace come taglia. E soprattutto ha l’appoggio della signora: senza la sua compagna non sarebbe nessuno. Come si dice, dietro ad ogni uomo di successo c’e una donna”.

Doris: “Sono andato da parrucchieri cinesi e italiani, ma non sono rimasta soddisfatta. Non seguono quello che dico, fanno quello che vogliono. Ed è anche difficile spiegare come voglio i capelli. Bryan mi piace perché è tranquillo mentre trovo lo stile cinese un po’ nervoso. Vado da lui da circa un anno. L’ho conosciuto tramite un amico grazie al passaparola”.

Ciò che mi ha sempre impressionato del lavoro di Bryan è la cura dei dettagli e la sua pazienza. Il suo è un taglio accurato e lui non bada al tempo: la passione per il suo lavoro si vede anche da questo. Inoltre nel suo salone il clima è vivace e le risate non mancano mai. Ci ritorno sempre volentieri e ne esco sempre soddisfatto. Con Bryan massima qualità al giusto prezzo. Provatelo!

Massimo Modesti

Pagina Facebook di BryJhen Salon
Contatto telefonico: 327 3495691

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Giovani LGBT figli/e di stranieri: a Milano la presentazione del primo studio italiano

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Giovedì 5 novembre 2015 alle ore 18.30 presso la Casa dei Diritti del Comune di Milano in via E. De Amicis, 10 verranno presentati i primi risultati della ricerca-azione “Seconde generazioni LGBT” che ha esplorato l’esperienza di 36 giovani lesbiche, gay, bisessuali e transgender figli e figlie di stranieri residenti prevalentemente a Milano, ma anche a Padova, Bergamo e Latina. Il progetto, sostenuto dalle associazioni ArciLesbica Zami Milano, Rete G2 – Seconde Generazioni e ALA Milano onlus, con il contributo finanziario dell’associazione radicale Certi Diritti, si è svolto tra giugno 2013 e settembre 2014. I risultati saranno illustrati da Massimo Modesti, Helen Ibry, Medhin Paolos e Antonia Monopoli, che hanno lavorato al progetto, e saranno arricchiti dalle testimonianze di alcuni/e partecipanti. Tra i paesi di origine di costoro vi sono: Perù, Filippine, Ecuador, Cina, Brasile, Bolivia, Vietnam, Eritrea, Kosovo, India, Colombia, Giappone e Regno Unito.

Il progetto di ricerca-azione si è articolato principalmente in incontri di gruppo – sei focus group tematici e due aperitivi – che hanno permesso di raccogliere importanti dati di esperienza dai/dalle partecipanti. Inoltre, il percorso è stato accompagnato dall’animazione di un gruppo Facebook riservato ai/alle partecipanti e da numerose occasioni di incontri informali, alcune di queste legate anche ad eventi associativi LGBT (ad esempio la parata del Pride e alcuni flashmob).

Tra le questioni emerse: il rapporto tra origine straniera e sessualità/genere nel percorso identitario, il coming out con la famiglia, gli immaginari e le parole per definire le persone omo-bi-transessuali nelle comunità etniche di riferimento, il rapporto tra fede religiosa e sessualità non eteronormative, i contesti sociali in cui si vive apertamente la propria identità omo-bi-transessuale, il confronto con i modelli estetici corporei dominanti e il ruolo delle associazioni LGBT nel percorso di crescita personale.

Il percorso di gruppo ha favorito il confronto e lo scambio tra i/le partecipanti, ha permesso ad alcuni/e di riconnettersi alla dimensione dell’etnicità e altresì di affrontare alcuni nodi critici legati al processo del coming out.

Dalla ricerca emergono importanti spunti per le associazioni di immigrati, le associazioni LGBT, le associazioni delle seconde generazioni e i servizi (scuola, consultori, centri giovanili) per avvicinarsi all’esperienza di questi adolescenti/giovani, per comprenderla ed eventualmente per avanzare o organizzare proposte e percorsi utili anche alle seconde generazioni LGBT.

Massimo Modesti

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Un’associazione di famiglie di origine peruviana promuove a Milano un corso di affettività e sessualità per figli e figlie

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Tutto è nato da un’idea balenata mentre davo un aiuto per i preparativi del Pride milanese lo scorso anno. Un amico si occupava di contattare gruppi musicali e di danza che potessero animare la parata e pochi mesi prima avevo conosciuto un gruppo di danza “caporales” (un ballo di origine boliviana) formato prevalentemente da giovani di origine peruviana. Gli suggerii di contattarli e di invitarli: poteva essere un modo per rendere il corteo più multiculturale nelle sue espressioni artistiche e anche un’occasione per coinvolgere le associazioni di immigrati e di seconde generazioni.

Contemporaneamente mi stavo dedicando ad un progetto rivolto a giovani gay, lesbiche, bisessuali e transgender figli di immigrati. Grazie a questa esperienza, il mio proposito era quello di raggiungere i genitori e di verificare la loro sensibilità verso le tematiche dell’omosessualità e dell’identità di genere e la prima occasione mi fu offerta proprio nell’ambito della comunità peruviana. Fui invitato al consolato peruviano per un seminario dedicato alle seconde generazioni in cui, a sorpresa, mi chiesero di presentarmi: decisi di parlare del progetto rivolto alle seconde generazioni LGBT. C’erano il console, alcuni volontari di un’associazione, giovani e famiglie. Al termine del seminario, mi vennero incontro due persone, mamma e figlio, chiedendomi se ero coinvolto in Arcigay che li aveva contattati per partecipare al Pride. La donna, Maria del Rosario Montalvo, è la presidentessa della Fraternidad Artistica Caporales Santos Milano, uno dei vari gruppi di danza caporales presenti sul territorio milanese. Due anni fa si è costituita in associazione tramite l’Arci e oggi sta diventando a Milano protagonista di una interessante iniziativa nata proprio grazie a quella fortunata circostanza e all’amicizia che ne è seguita.

Già nel mio primo incontro con i gruppi di danza latinoamericani, di cui narro in un altro articolo, mi ero reso conto della loro grande potenzialità a livello formativo e sociale. Ho conosciuto altri gruppi analoghi a Milano e ho capito che su questo avevo ragione. Grazie ad un lavoro che mi era stato commissionato da un’agenzia di ricerca sociale, sono entrato a contatto coi loro responsabili e mi sono addentrato più in profondità nelle loro dinamiche interne.

In particolare ho coltivato un rapporto speciale coi Caporales Santos che, in occasione di una festa cui mi avevano invitato, mi hanno chiesto se ero disponibile ad aiutarli ad organizzare un incontro coi figli e con le figlie sulle questioni legate all’affettività e alla sessualità. Una questione in particolare preoccupava i genitori: nelle famiglie di origine latinoamericana succede che alcune ragazze adolescenti rimangano incinte con una serie di conseguenze sui loro percorsi di crescita. Per questo motivo volevano rendere figli e figlie più attrezzati nella gestione della sessualità.

Che lo chiedessero a me – che mi occupo notoriamente di omosessualità – mi è parsa una cosa curiosa e incoraggiante insieme. La richiesta mi confermava quello che avevo inteso, cioè che su queste tematiche erano disponibili e sensibili.

Ho chiesto un aiuto alla mia collega psicoterapeuta Chiara Caravà per realizzare questo percorso. Abbiamo deciso di effettuare alcuni incontri di indagine sui modelli di riferimento e sulle esperienze che appartengono a questo gruppo di adolescenti e giovani per poi strutturare una proposta formativa più articolata che possa rispondere ai loro bisogni. L’intenzione dei genitori di questa associazione è quella di estendere la proposta a tutti i gruppi di danza con cui essi sono in contatto, raggiungendo quindi un numero di giovani che si aggira intorno ai 180-200 in tutta Milano.

In un periodo in cui nella scuola pubblica italiana alcuni gruppi di pressione terrorizzano i genitori sulla possibilità che nell’educazione affettiva e sessuale dei figli si parli anche di stereotipi di genere, di omosessualità e di non conformità di genere, il fatto che un’associazione di famiglie di origine peruviana si faccia promotrice di una iniziativa formativa come questa in cui si parlerà di tutte le forme di sessualità e di affettività, è decisamente degna di nota. E merita di essere conosciuta e divulgata perchè rompe lo stereotipo secondo il quale gli immigrati siano indifferentemente più omofobi degli italiani.

La lungimiranza di questi genitori diventa una risorsa per tutta la comunità milanese dove spesso le associazioni di immigrati vengono relegate a ruoli minori o racchiuse in una cornice etnica e folcloristica. Vengono invitate alle sfilate e alle manifestazioni perché sanno creare un clima festoso ed esibiscono le “loro tradizioni”: e questo va benissimo. Tuttavia ci si dimentica che sono anche luoghi dove si promuove socialità, cultura e formazione; e dove i genitori e figli si interrogano sulle sfide del presente e danno prova di voler crescere insieme condividendo e intrecciando le proprie esperienze.

Massimo Modesti

Come una chiesa evangelica ha tentato di liberarmi dallo spirito dell’omosessualità

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Camilo* è un giovane gay di origini colombiane in Italia da 8 anni che si è avvicinato ad una chiesa evangelica di origine latinoamericana. L’occasione gli è stata data dal suo nuovo fidanzato, che vive a qualche centinaio di chilometri di distanza, che lo ha invitato a passare qualche settimana da lui. I genitori del ragazzo sono molto devoti a questa chiesa e non accettano l’omosessualità del figlio. Camilo, invece, già da qualche anno ha rivelato ai suoi genitori di essere gay e questo non ha destato particolari problemi. Durante il periodo trascorso dal fidanzato, Camilo inizia a partecipare agli incontri della chiesa dove trova un’accoglienza accorata e piacevole.

Il giorno successivo incontra la leader della chiesa che gli chiede un colloquio privato: «Camilo, io vedo dal tuo viso che non sei felice. Se vuoi essere veramente felice, cambia strada e rinuncia all’omosessualità. Ho incontrato tanti ragazzi come te che hanno fatto una brutta fine. Dio non accetta l’omosessualità: se fai qualcosa che a Dio non piace, non ti sentirai mai bene con te stesso». Le sue parole sono così convincenti che un dubbio si insinua nella mente di Camilo: «Ho iniziato a pensare che in quanto gay a volte mi sento a disagio perché non posso vivere liberamente la mia vita amorosa. Se voglio esprimere gesti d’affetto in pubblico, penso sempre alla reazione degli altri». Nel frattempo questo avvicinamento alla chiesa lo mette in difficoltà con il fidanzato che gli riferisce di sentirlo distaccato e lontano: «Anche quando facevo all’amore con lui, non sentivo più le stesse emozioni di prima». La partecipazione alle assemblee diventa motivo di litigio nella coppia: «Non mi importava che lui fosse arrabbiato: io mi sentivo bene con me stesso». Segue un primo rito di liberazione dallo “spirito dell’omosessualità” al termine del quale la pastora gli dice di aver visto cose meravigliose per lui e che avrebbe realizzato un’idea creativa che lo avrebbe reso ricco.

Camilo ritorna a casa e riprende la vita di sempre. In cuor suo sa che non diventerà eterosessuale: non lo convince la storia dello spirito maligno. Nel frattempo la pastora si tiene in contatto con lui e lo invita a ritornare: «Camilo, devi assolutamente venire domenica perché ci sarà un rito di liberazione di massa. Non puoi mancare». Stavolta il giovane chiede di portare con sé anche la mamma e i due fratelli più giovani che vengono ospitati in un albergo di proprietà della chiesa.

Il racconto che segue è un susseguirsi di colpi di scena per i quali Camilo rimane allibito: «Domenica avevo programmato di andare a pranzo dalla famiglia del mio ragazzo insieme a mia mamma e ai miei fratelli. Durante i preparativi, vengo a sapere che la figlia della pastora ha chiamato suo padre dicendogli che non saremmo andati. Mi sono sentito braccato: come si permettevano di limitare la nostra libertà?». Da allora capisce di essere in loro potere. Nasce una tacita intesa con la mamma che decide di stare al gioco: «Camilo, chiaramente non penso davvero quello che ho detto alla pastora: non hai nessun spirito e non sarà questa chiesa a farti cambiare. Semplicemente non voglio creare problemi data la nostra situazione». La confessione della mamma lo rincuora: «Le sue parole mi hanno fatto molto piacere perché ho capito che aveva accettato completamente la mia omosessualità». Al tempo del coming out, infatti, la madre aveva manifestato qualche riserva e preoccupazione.

Il momento cruciale del weekend è la liberazione di massa. La pastora lo prepara con una serie di raccomandazioni: «Guarda che stai per fare una cosa molto seria. Se non rinunci allo spirito dell’omosessualità, riceverai sette spiriti maligni. È scritto nella Bibbia». A quel punto Camilo le dice: «Io non so pastora se diventerò etero. Fin da bambino sono consapevole di essere diverso; poi crescendo ho capito che si trattava di essere gay». Il rito inizia con un test scritto nel quale gli viene chiesto se ha guardato pornografia, praticato discipline orientali, avuto rapporti sessuali con famigliari, fumato spinelli, guardato Dragon Ball, avuto rapporti omosessuali, ecc. Una lista infinita di peccati e comportamenti a cui deve rinunciare. Seguono quattro lunghissime ore, perlopiù in piedi e ad occhi chiusi con le mani rivolte verso l’alto, di preghiera e canti ininterrotti. Alcuni si addormentano, altri svengono o entrano in una specie di trance. Il caldo è soffocante, manca l’ossigeno: «Secondo me lo fanno apposta per provocare svenimenti. E ti dicono che quando sbadigli o svieni, Dio ti ha toccato». Anche lui si addormenta per un po’.

Il giorno dopo ritorna a casa. La pastora capisce che le cose non sono andate come sperava. Cerca di mettere zizzania fra Camilo e il suo fidanzato mettendo in cattiva luce il secondo con la mamma del primo e viceversa. Un ultimo sms di Camilo comunica alla donna che pur rispettando il loro credo, desidera interrompere qualsiasi contatto con loro. Il suo fidanzato, invece, purtroppo vive tuttora sotto la pressione dei genitori e degli zii che sono succubi della chiesa.

Camilo commenta così la vicenda: «C’è un gioco psicologico assurdo, ti fanno un lavaggio del cervello. Ti attirano con il sorriso e la simpatia. Ti dicono che non sei arrivato per caso, ma che Dio ti ha condotto a loro. Per un po’ sono riusciti a convincermi. Poi ho capito che è una presa in giro. Ti dicono che sei libero di scegliere, ma poi alla fine sei obbligato a fare le cose che ti chiedono per essere accettato dalla comunità. Altrimenti non sei ben visto». Mi racconta anche una serie di dettagli che riguardano la raccolta di “offerte” e “decime” da parte dei leader della chiesa, una gestione del denaro che non lo convince per nulla e che rende i meccanismi di reclutamento ancora più sospetti.

Al di là del tentativo di conversione all’eterosessualità, c’è da domandarsi che posto abbia Dio in vicende come queste: il sentimento religioso, una misto di senso del sacro e della famiglia, la promessa di una felicità disincarnata dall’esperienza concreta con le sue difficoltà, diventano gli elementi su cui far leva per convincere a rinunciare a se stessi. Dio è la soluzione a tutto: a patto di svendere la propria intelligenza e di lasciare che altri pensino che cosa sia giusto e sbagliato, al posto tuo.

Intervista a cura di Massimo Modesti

*Il nome è stato modificato per tutelare la privacy.

Gay e figli: un’opportunità di crescita negata

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Non sono un amante della vita notturna e non ho l’abitudine di frequentare i locali gay, ma ogni tanto mi capita d’andarci su invito di qualcuno o in qualche particolare occasione di festa.

L’ultima volta che ci sono stato, trascorrevo la serata con un amico. Eravamo seduti ad un tavolo a chiacchierare. Ad un certo momento si è allontanato per conversare al telefono con il nuovo fidanzato che vive lontano e che si sentiva un po’ trascurato. Così mi sono ritrovato per un po’ da solo ad osservare la gente attorno a me e a pensare.

In quei giorni avevo frettolosamente letto un articolo pubblicato su The Telegraph in cui un noto presentatore televisivo americano affermava che i gay sono più inclini ad abusare di droghe (dato statistico fornito da un’agenzia governativa) per due motivi: non hanno la responsabilità delle cure di una famiglia, cosa che li costringerebbe ad una maggiore disciplina; e, di conseguenza, hanno maggiore disponibilità monetaria per acquistare le sostanze stupefacenti. La sua opinione mi aveva colpito: offriva un’interessante spunto di riflessione, indipendentemente dal fatto che essa trovasse riscontro nella realtà (ci vorrebbe quantomeno una ricerca).

Quella sera nel locale erano presenti soprattutto giovani uomini di età compresa tra i 30 e i 40 anni: io rientravo esattamente in quel target. Ad un certo punto mi chiesi: dove sarebbero tutte queste persone se avessero una famiglia e dei figli cui badare? Certamente una buona percentuale non sarebbe qui o comunque non sarebbe qui tutte queste ore fino a tarda notte. Neppure io sarei qui probabilmente. Questo stile di vita (apparentemente) spensierato, allegro e libero dei gay (anche adulti), spesso orgogliosamente sbandierato come affermazione di una differenza, non è il risultato di una libera scelta: è quello che ci resta quando ci vengono tolte altre possibilità e altri modelli.

Come molti altri, sono convinto che parte dei mali che ci affliggono in quanto gay maschi dipendano dalla mancanza di accesso ai diritti, in particolar modo quello di formarsi una famiglia e di avere dei figli. Solitamente gli attivisti si trovano d’accordo con questa mia affermazione. Altri, invece, esprimono una visione differente: il “mondo gay” è un “puttanaio” in cui tutti pensano solo a scopare e anche chi è fidanzato  non rinuncia a farsi una scappatella col primo che capita. Quindi non sarebbe la questione della negazione dei diritti e di modelli di coppia/famiglia a distogliere i gay dalla costruzione di rapporti stabili, ma un’attitudine innata verso l’infedeltà e il sesso promiscuo.

Fedeltà e promiscuità sono questioni che andrebbero trattate entro una cornice differente da quella dei discorsi di senso comune: farne una questione di “dna” svilisce il senso della questione e, diciamo pure, togliere valore ad altre forme di relazione che non sono monogame e purtuttavia seguono delle regole consensuali (coppie aperte e poliamorose, ad esempio).

Sappiamo benissimo quanto sia difficile per una coppia omosessuale dare continuità ad un rapporto, per vari motivi oltre che per un’assenza di modelli e per la negazione di diritti. Andrebbe quantomeno sgombrato il campo da questioni invalidanti come paure, auto-giudizi e stress da discriminazione percepita (minority stress). Infine, mi sembra centrale la questione della generatività ovvero di un potenziale di procreazione che non può essere realizzato.

Dove finisce il potenziale generativo di una coppia se non confluisce nella possibilità di farsi una famiglia? Non credo che per essere famiglia occorra necessariamente generare dei figli, ma solamente una volta che questa possibilità verrà data, ciascuna coppia sarà veramente libera di rinunciavi, anche per progetti di altro tipo. Conosco coppie che si dedicano al volontariato, ad esempio nell’ambito della salute MSM (men who have sex with men), e all’affermazione dei diritti LGBT; una coppia di cari amici gestisce un bed & breakfast naturista il cui stile di accoglienza è decisamente unico per un servizio come questo. Sicuramente gli esempi di generatività sociale sono tanti.

In Italia siamo obbligati in quanto gay maschi a convogliare il nostro potenziale generativo verso altro che non sia la procreazione e la crescita dei figli. Vorrei tanto che questa fosse una libera scelta, non l’unica alternativa possibile. E, diciamo pure, che la procreazione non fosse solo il privilegio di chi se la può pagare o l’eredità di chi ha avuto figli da una precedente relazione eterosessuale. Non so se i maschi adulti che ho incontrato al bar sarebbero felici di ritrovarsi a casa ad addormentare i propri figli e a crollare sfiniti sul letto anziché farsi la serata fuori con gli amici: tuttavia penso che averne il diritto potrebbe convincere qualcuno a scegliere anche questa strada. Personalmente è un’esperienza che mi manca e che desidererei fare.

Massimo Modesti

Lettera ad un/a insegnante in occasione di S. Valentino

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Come ogni anno il tam tam mediatico e commerciale ci ricorda che è giunto il momento di festeggiare S. Valentino: che siamo single, accoppiati, innamorati o disamorati, separati, poliamorosi o reticenti a qualunque forma di legame, è impossibile non ricordarcene. Alcuni giorni fa mi sono commosso alla vista di alcuni cortometraggi di un regista spagnolo, tutti dedicati a questa ricorrenza: celebravano il trionfo dell’amore romantico. Il giorno dopo leggevo un articolo di un collettivo queer-femminista che demoliva – con ragioni inattaccabili – il romanticismo e ne indicava i risvolti mistificanti e perversi, soprattutto a danno del genere femminile. Mi trovavo in molti punti d’accordo.

Rimango conteso fra queste due posizioni sullo stesso oggetto e non riesco a prendere le parti di una piuttosto che dell’altra. In ogni caso, mi sento in dovere di spendere qualche parola sull’eco che questa festa generalmente ha su ragazzini e adolescenti, soprattutto a scuola. Per questo ho deciso di dedicare queste poche righe agli insegnanti, i quali non potranno ignorare i richiami che vengono dai loro alunni sulla “festa degli innamorati”.

Sui banchi di scuola si sono innamorate generazioni di alunni: di ambo i sessi, di tutti i generi e di tutti gli orientamenti sessuali. Spesso innamoramenti silenziosi, mai rivelati, addirittura segreti, in alcuni casi l’attrazione era rivolta ad un/a insegnante. Amori che hanno consumato i nostri giorni in attesa di un gesto, di uno sguardo o di una parola che potessero darci qualche speranza di essere ricambiati. Amori timidi. Talvolta amori proibiti, che sentivamo non aderire ad una norma eterosessuale onnipresente. Innamoramenti soffocati in gola o nel pianto, stavolta non per timidezza, ma per la sensazione che fossero sbagliati, vergognosi, colpevoli. Non sono tutte così le esperienze d’amore e di relazione, soprattutto tra le generazioni contemporanee dove spesso vi è un eccesso di comunicazione (virtuale) più che un’attesa silenziosa. Tuttavia, in alcuni casi, continuano ad essere vissuti in modo “discreto” e sommesso: sopratutto da chi percepisce verso il proprio sentimento o la propria attrazione un giudizio dominante negativo.

Cari e care insegnanti, so che alcuni di voi hanno ricevuto le confidenze di questi alunni e di queste alunne “invisibili”: essi/e vi avevano scelti/e per custodire un segreto e testare la sua accettazione da parte del mondo adulto. Ci sono ancora, tuttavia, insegnanti che pensano di trovarsi dinanzi solo alunni e alunne eterosessuali e conformi in quanto al genere. Tutti i loro riferimenti, quindi, sono a senso unico. Non voglio pensare a quegli insegnanti che considerano omosessualità e identità di genere non conforme come una malattia: non dovrebbero essere neppure ammessi all’insegnamento, secondo il mio parere. In generale in Italia, la formazione del corpo docente da questo punto di vista è notevolmente carente: se ci sono iniziative, sono isolate e nascono da percorsi e sensibilità particolari di qualche dirigente illuminato/a o da qualche insegnante già alfabetizzato sulle tematiche dell’omosessualità e l’identità di genere. Si tratta di questione delicate perché ognuno finisce col fare i conti con se stesso/a e con il modo con cui ha assimilato e vissuto la sessualità, il genere e le relazioni affettive.

Eppure tutto questo non è un optional: ne va del benessere di ragazzi e adolescenti in un ambiente dove spendono parte importante del loro tempo e delle loro energie. Una ricerca statunitense, di cui i media hanno dato notizia qualche giorno fa, ha segnalato che chi fa coming out – cioè rivela il proprio orientamento sessuale – durante l’adolescenza, soffre meno di depressione e ha livelli più elevati di autostima tra i 20-25 anni.

Fare coming out è una scelta solamente personale e nessuno può in alcun modo e a qualunque età essere forzato a farlo. Però offrire la sensazione che tutti e tutte sono i benvenuti, che tutti i tipi di amore hanno diritto di essere espressi, detti e manifestati, è un passo importante verso l’inclusione di tutte le differenze, anche a scuola. Tale atteggiamento contribuisce al benessere e alla crescita del potenziale (anche intellettivo) dei vostri alunni e delle vostre alunne.

Quindi, cari/e insegnanti, se proprio volete accennare a S. Valentino o contribuire culturalmente ad elevare le riflessioni sull’amore, parlate sempre al plurale, parlate di “amori” – quello romantico non è l’unico – e non date per scontato che un maschio biologico sia sempre attratto da una femmina biologica e viceversa. Anche su questo si gioca la qualità dell’istruzione a scuola.

Massimo Modesti

L’invasione degli arabi in farmacia: fra immaginari mediatici e “nuovi” mercati

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Dopo la pubblicazione del saggio contenuto nel libro “Dalle parole ai fatti”, torno su un tema a me caro: quello del linguaggio di uso comune e delle metafore.

Ieri sono andato nella farmacia di zona a fare acquisti. Avvicinatomi al banco, mi sono accorto di una novità. Sugli scaffali, la tipologia dei farmaci era segnalata in tre lingue: italiano, inglese e arabo. Inizialmente non mi ero accorto dell’inglese: ero stato immediatamente attirato dall’arabo. Incuriosito da questo particolare – mai osservato sino ad ora – dopo aver ordinato i medicinali, ho chiesto al farmacista che mi stava servendo: “Sono nuovi questi cartellini in varie lingue?”. Mi risponde affermativamente e, come mio solito, seguendo un tipico circuito euristico da ricercatore, gli chiedo se si tratta di una loro iniziativa. Mi dice che sono stati forniti da una casa farmaceutica. A quel punto rifletto a voce alta: “Quindi sono un prodotto standard. Pensavo che fossero stati realizzati in base ad un ragionamento sulle presenze linguistiche maggioritarie su questo territorio”. Lui a quel punto esclama: “Ormai siamo invasi dagli arabi!”. Ed io di seguito: “Mi risulta che ci siano anche altre comunità linguistiche numerose a Milano…”.

Non avevo le statistiche in testa e qualche dubbio rimaneva. Ero ben intenzionato, quindi, a verificare i numeri una volta giunto a casa. Al di là di questo aspetto, tuttavia, mi aveva colpito l’espressione usata dal farmacista: “Siamo invasi dagli arabi”. Una volta in più – con grande avvilimento – trovavo conferma che senso comune dominante e linguaggio mediatico riuscivano a penetrare nella testa di tutti i ceti sociali indipendentemente dal livello di istruzione e dalla professione.

Parlare di invasione significa evocare un immaginario militare che in Italia è stato propagandato soprattutto dalla Lega Nord e dai partiti o movimenti di estrema destra. Evoca un fenomeno di abuso e di irruzione violenta in un territorio sovrano da parte di qualcuno che vuole intenzionalmente occuparlo e imporre un proprio ordine politico. D’altra parte, riferirsi alle popolazioni di lingua araba con l’appellativo “arabi” è un errore che comunemente sento fare da molti italo-italiani. Il corollario di questa espressione è che tutti gli arabi sono musulmani e quindi l’invasione araba sarebbe in realtà un’invasione musulmana anzi, islamica. Fosse stata usata anche in modo ironico, l’espressione “invasione degli arabi” resta comunque un buon motivo per pensare che siamo in guerra (di religione?). Il tutto a dispetto dei cartellini multilingue che a ben vedere sono, al contrario, un segnale di benvenuto.

Sono andato a verificare le statistiche. A Milano (statistiche comunali al 31.12.2013) le prime tre comunità migranti sono: filippina (15,4%), egiziana (14%) e cinese (9,5%). Tuttavia, se consideriamo anche quella marocchina (3,3%), la comunità di lingua araba finisce per essere in testa. Quindi i cartellini della farmacia hanno una loro giustificazione, ammesso che tutti i parlanti di lingua araba sappiano anche leggere l’arabo. Quest’ultimo particolare, tuttavia, è irrilevante se l’esito di questa operazione è comunque di far sentire “a casa” la persona di origine immigrata, anche nelle sua specificità linguistica.

Ho trovato, invece, meno giustificabile l’utilizzo di un linguaggio metaforico ed evocativo improprio da parte del farmacista. Il quale aveva ben chiaro chi aveva davanti: un giovane uomo italo-italiano e italofono di discendenza italiana con cui l’intesa tacita su questa espressione poteva essere automatica (lo avrebbe mai detto con uno straniero?). Considerate le cose come sono andate, mi viene da pensare che in quanto a plurilinguismo le case farmaceutiche siano più lungimiranti dei farmacisti, sebbene questi abbiano un’interazione quotidiana con clienti di origine immigrata e, quindi, conoscano la tipologia di acquisti che effettuano (esiste una interessante ricerca sul tema).

L’immaginario xenofobico resiste e continua ad essere diffuso nel linguaggio quotidiano. Spezzare questa catena, che si riverbera a vari livelli da quello quotidiano a quello istituzionale, non è facile. Basti pensare a come il linguaggio razzista stia assumendo connotati ordinari nella nostra bella Italia (il terzo libro bianco sul razzismo di Lunaria ne fa un’analisi lucida).

Il mercato spesso arriva prima: con buona pace dei leghisti e delle istituzioni latitanti.

Massimo Modesti

“Miss Beautiful King”. Esplorazione di immaginari e identità in un concorso per transgender filippine

Binibining Gandang Hari

Binibining Gandang Hari è il titolo del concorso di bellezza ideato da Dolly Ordinario, milanese di origine filippina, che sulla scia di un’iniziativa realizzata anni addietro dalla madre, ha dato vita nel 2013 a questo evento dedicato alle ragazze transgender. Il nome (in lingua tagalog) è ispirato ad una nota attrice transessuale filippina e significa “Miss Beautiful King” (Miss Bel Re). Venni a sapere di questo concorso circa un anno fa dal mio parrucchiere di fiducia, che aveva fatto parte della giuria. Dal momento che mi interessavo ai percorsi di persone LGBT migranti e di generazioni nate dall’immigrazione, desideravo conoscere più da vicino i dettagli di questa iniziativa. Per mesi tentai invano di prendere contatto con l’organizzatrice. Poi, improvvisamente, in un giorno di fine estate, ricevetti una sua telefonata in cui mi invitava a partecipare alla riunione di preparazione dell’evento. In quell’occasione, mi raccontò la storia del concorso e alcuni particolari legati all’esperienza dello scorso anno.

La madre di Dolly, Teresita Jimenez, in Italia sin dal 1979, lanciò il concorso nel lontano 1995 con il nome di “Miss Gay”. La prima edizione – così come la seconda e ultima nell’anno successivo – si tenne precisamente in via Feltre (zona Udine M2) nel teatro di un istituto religioso, cosa curiosa se pensiamo all’odierna resistenza (e talvolta avversità) delle realtà cattoliche nei confronti delle iniziative di visibilità LGBT. Teresita aveva un ruolo importante nella comunità filippina del capoluogo lombardo: era presidente di FILCAG (Filipino Catholic Action Group), un’associazione che, tra la altre cose, ha contribuito ad aiutare molti migranti nelle pratiche burocratiche quando ancora non esisteva il consolato delle Filippine (fondato nel 1997-98).

Quest’anno il concorso si è tenuto il 14 dicembre nella sala conferenze dell’Hotel Michelangelo in zona M2-M3 Centrale. La partecipazione all’evento, il migliore concorso di bellezza cui abbia assistito finora in quanto ad organizzazione, mi ha avvicinato maggiormente al mondo delle transgender filippine e alle auto-rappresentazioni e rappresentazioni delle identità LGBT nella comunità immigrata dall’arcipelago asiatico. Da un po’ di tempo raccolgo storie e mi intrattengo in conversazioni con prime e seconde generazioni filippine: questo evento mi ha fornito qualche informazione in più sul tema e anche qualche interrogativo.

Entrambi i titoli degli eventi permettono di addentrarci nella percezione filippina dell’omosessualità e della transessualità/transgenderismo che non corrisponde alla concezione dominante presente nell’attivismo europeo e statunitense. “Gay” (bading in lingua tagalog) è una parola usata comunemente dai filippini (perlomeno nella comunità migrante presente in Italia) per definire un “uomo che si sente donna” e, di conseguenza, per tal motivo attratto da un uomo (paradigma della complementarietà dei generi). Da qui anche il titolo del primo evento “Miss gay”, peraltro mutuato da un celebre concorso di bellezza statunitense dedicato ai “female impersonator”, espressione che identifica qualcosa di affine alle drag queen e ai travestiti, ma che non corrisponde in toto né all’una né all’altra. Il “gay” comunemente usato a livello mainstream – anche qui in Italia – assume una connotazione prevalente di attrazione e orientamento sessuale (un maschio attratto da un maschio), ma non dice nulla sulla percezione del sé come identità per il quale è usato dai filippini. Analogamente il titolo “Miss Beautiful King” sottolinea il fatto che ad essere incoronato è un re (non una regina) che si presenta con l’aspetto di una “miss”, un maschio biologico che appare e si presenta come una donna, indipendentemente da cosa c’è oltre l’apparenza (un percorso di transizione piuttosto che vissuti di disforia di genere).

Durante le presentazioni iniziali, ciascuna candidata (ma sarebbe più corretto scrivere “ciascun* candidat*”) ha fornito al pubblico il suo nome di nascita (maschile) seguito da quello femminile, in alcuni casi più simile a un nome d’arte (come potrebbe essere quello usato dalle drag queen) che ad un nome proprio di persona. Le candidate dicevano: “Io sono (nome e cognome all’anagrafe), ma per voi stasera sarò (nome femminile)”. In un certo senso, questa versione dell’identità trans si avvicina maggiormente al travestitismo, al cross-dressing, lasciando in ombra la varietà dei vissuti personali che motivano un maschio biologico a “vestire panni femminili” o ad avvicinarsi ad un’immagine di sé che ritiene più consona al proprio sentire.

Forse non è un caso che sia quest’anno che lo scorso anno abbiano vinto due candidate che non hanno effettuato la transizione, neppure nella forma di una terapia ormonale: questa tipologia di transgender filippina probabilmente corrisponde in modo più preciso all’immaginario dominante presente nella comunità.

Nel concorso cui ho assistito, solo una candidata, durante la presentazione personale, ha fatto un discorso politico, parlando di diritti e di discriminazione delle persone trans, in particolare dei pregiudizi e dell’esclusione subite nel mondo del lavoro. Questa cosa mi ha colpito particolarmente. Si trattava di una candidata che sembrava aver effettuato la transizione almeno in parte e che si è guadagnata il secondo posto. Anche nel suo caso, però, le ho sentito usare un’espressione che mi ha colpito: “We homosexuals do exist!”. Questo mi ha confermato ulteriormente che la percezione identitaria e le parole usate per definire se stess* da parte delle partecipanti non corrispondono esattamente a quelle che avrei in mente io – come probabilmente molti altri/e amici/he attivisti/e e colleghi/e italo-italiani – per identificarla. Nell’ambito dell’attivismo o della comunicazione legata ai temi LGBT, nessuno in Italia chiamerebbe “omosessuale” una persona transgender, se non per indicare il tipo di orientamento sessuale che la riguarda. Per la verità neppure la mia amica transgender nata da genitori filippini e cresciuta in Italia (una cosiddetta “seconda generazione” quindi), la quale ha assimilato una visione di sé e della tematica forse più vicina alla mia.

L’attenzione verso la varietà di rappresentazioni e linguaggi connessi alle identità LGBTQ in senso transculturale è una frontiera tutta da esplorare nell’Italia contemporanea: penso sia importante contribuire a far conoscere tutto questo alla comunità scientifica, al mondo dei servizi e al grande pubblico.

Massimo Modesti

Cinese o italiano? Yang Shi e l’arte di aggiustare le crepe con cicatrici d’oro

Yang

Nella nota finale al mio saggio* sul rapporto tra linguaggi istituzionali, metafore del senso comune e il loro impatto sui destini delle famiglie di origine immigrata, in particolare sui figli e sulle figlie, faccio una lista – non esaustiva – degli artisti di “seconda generazione” o di origine straniera che, in Italia, contribuiscono a produrre contro-cultura e a diffondere un senso comune differente rispetto a quello dominante. Tra questi ci sono anche alcuni amici, ma non conoscevo ancora Yang Shi.
Qualche settimana fa ho assistito al suo spettacolo “Tong Men-G (Porta di Bronzo)” a Milano, nell’ambito di una serata organizzata dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Un viaggio attraverso il suo albero genealogico e le vite dei suoi antenati: le storie di chi lo ha preceduto e la sua storia di giovanissimo emigrante. Uno spettacolo lungo e impegnativo, recitato in italiano e in mandarino, dove interpreta i bisnonni, i nonni, i genitori e, grazie alle loro storie personali, attraversa alcune delle vicende più importanti della Cina contemporanea. Fino alla terza fase dell’emigrazione cinese in Italia: quella a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in cui è arrivato anche lui insieme alla madre, all’età di undici anni.
È evidente fin dall’inizio che la lacerazione e il conflitto che Yang mette sotto gli occhi degli spettatori (cinese o italiano?) non è un conflitto culturale e linguistico, come spesso si tende a mettere in evidenza per figli e figlie di migranti. O quantomeno non è solo e principalmente questo: è una lacerazione che nasce anche dalla storia politica dei due paesi e dalle rappresentazioni stereotipate che le politiche dei rispettivi hanno riprodotto di se stessi e degli altri, dal rapporto tra nativi italiani e comunità immigrata, dall’inserimento in particolare dei cinesi nell’economia internazionale e italiana, e dal loro successo a livello internazionale.
Lo spettacolo termina con una lunga sezione dedicata alle vicende del territorio di Prato, dove da anni le famiglie cinesi si sono stabilite occupando una parte importante del settore produttivo tessile. Lì, facendo da interprete e da mediatore linguistico nei conflitti tra imprenditori italiani e cinesi, Yang si è trovato a rivivere nuovamente sulla propria pelle la lacerazione identitaria e il peso che le rappresentazioni stereotipate o mediate dal senso comune delle due “comunità”, producono quotidianamente nelle generazioni nate dall’immigrazione.
La lacerazione interiore delle “seconde generazioni” cinesi, in questo caso, è alimentata dalla lacerazione sociale: in questo contesto di tensioni e conflitti, esacerbati oggi dalla crisi economica, chi fa mediazione – anche mediante l’arte – restituisce uno sguardo nuovo sulla realtà e sollecita a inventare nuove forme di legame sociale. Produce forme di resistenza culturale che in qualche modo si inseriscono negli immaginari riprodotti dai media e dai discorsi dominanti per affermare un altro modo di vedere le cose, uno sguardo che parte dall’esperienza personale e non da “ciò che si dice” di questa a partire da interessi politici, ideologici o da opinioni influenti.
Due immagini dall’impatto emotivo fortissimo concludono lo spettacolo. Anzitutto quella che richiama l’arte giapponese di “aggiustare le crepe con cicatrici d’oro”, una metafora del lavoro di chi restituisce integrità a identità frammentate: quelle personali, ma anche quelle comunitarie, intese più come realtà sociali locali che etniche. Una seconda immagine mi ha commosso fino alle lacrime: Yang infila in una lunga canna di bambù tutti i vestiti usati per rappresentare i vari antenati e poi mette questa canna in equilibrio sulla sua testa. I figli e le figlie di migranti portano la responsabilità, ma anche il peso della storia famigliare e delle vicende del popolo a cui gli antenati sono appartenuti. I conflitti, i traumi, come le risorse e le aspettative delle generazioni passate, oltre alle forme dei rapporti sociali che definisce l’esperienza migratoria, entrano nel percorso di crescita delle nuove generazioni nate dall’immigrazione e impattano sulla loro vita, spesso in modo inconsapevole. A meno che ciascuno/a di essi/e non intraprenda un lavoro personale di ricostruzione della memoria storica e di consapevolezza, come per Yang, che è poi riuscito a restituirci tutto questo grazie al linguaggio teatrale, con un risultato pregevole.

Massimo Modesti

* Il saggio a cui faccio riferimento è contenuto nel libro Dalle parole ai fatti. Il linguaggio fra immaginario e agire sociale (a cura di Vanessa Maher, Rosenberg & Sellier, 2014).

Un insolito concorso di bellezza: giovani di discendenza filippina sfilano a Milano

bodyshots 2014

Da qualche anno a Milano si celebra un concorso di bellezza rivolto ai giovani di discendenza filippina di entrambi i sessi. Si tratta di un evento che coinvolge buona parte delle famiglie immigrate dall’arcipelago asiatico che risiedono nel capoluogo lombardo e non solo: i candidati e le candidate arrivano anche da altre località del nord Italia. Lo scorso anno, in qualità di ospite, ho assistito tra il pubblico al lungo sabato pomeriggio di spettacolo: la sfilata e la presentazione di candidati e candidate sono state intervallate da performance musicali e di danza realizzate da gruppi e cantanti, espressione della vivacità artistica di questa comunità ormai fortemente radicata a Milano. Quest’anno ho voluto entrare maggiormente a contatto con l’organizzazione dell’evento per vedere come si sviluppa e, soprattutto, per comprendere che significati assume per quanti vi partecipano come concorrenti. Inizialmente pensavo di limitarmi a qualche intervista, poi ho chiesto di realizzare una vera e propria micro-ricerca etnografica condividendo i vari momenti della sua preparazione. E così, nel corso dei vari pomeriggi, mi sono ritrovato immerso nei momenti organizzativi dell’evento.
Una prima curiosità: in entrambe le occasioni insieme ai e alle giovani partecipanti ho trovato una schiera di famigliari (madri, padri, fratelli e sorelle), fidanzati e fidanzate, amici ed amiche che li accompagnavano e che assistevano all’organizzazione delle performance. Se inizialmente avevo pensato che i giovani sarebbero stati i miei interlocutori principali, ho finito ironicamente per conversare con tutti gli altri eccetto che con loro, poiché erano chiaramente impegnati nel provare le coreografie dello spettacolo. In tutte le circostanze ho avuto la sensazione che i momenti collettivi in vista della sfilata non fossero semplicemente un momento tecnico – la preparazione di una performance – bensì un’occasione in cui si sovrapponevano attività sociali e significati molteplici. Ho avuto la sensazione che tali momenti fossero in linea con lo stile di socialità delle famiglie di origine filippina: l’organizzazione di un concorso di bellezza è collettore di varie iniziative e spinte personali che hanno come risultato il rafforzamento dei legami comunitari. Durante la mia permanenza ho osservato i movimenti e la vivacità sociale dei presenti: c’era chi assisteva alle prove, chi mangiava, chiacchierava, entrava ed usciva dalla stanza. I bambini più piccoli giocavano. Se qualcuno era parte dello staff, si occupava di organizzare e contrattare altre questioni legate all’evento o animava il gruppo con interventi ironici ed esilaranti. I genitori seguivano tutto con attenzione e cura, rendendosi disponibili al momento del bisogno.
Negli ultimi appuntamenti a ridosso dell’evento, sono riuscito a fare qualche intervista più mirata. È emerso un dato significativo dai racconti dei giovani, ma anche di famigliari e membri dello staff: il concorso di bellezza è un’occasione per “superare la timidezza” e divenire più sicuri e sicure nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto nelle situazioni di esibizione davanti ad un pubblico. In effetti, il concorso comporta l’esercitarsi in una performance (coreografie e brevi presentazioni al microfono). Secondo un membro dello staff, la timidezza sarebbe parte della trasmissione culturale propria dell’educazione filippina e tutti – soprattutto le ragazze – si trovano a doverne fare i conti nella propria vita. Queste ed altre occasioni sarebbero una sfida, quindi, a questo limite.
Molte sono le narrazioni raccolte durante gli appuntamenti cui ho partecipato e meritano un lavoro di condivisione ed analisi approfondite. L’ho fatto anche attraverso un gruppo Facebook dedicato a candidati/e, famigliari e staff: un modo per comunicare alcuni dei dati che avevo osservato e diffondere il lavoro che stavo facendo insieme a loro. Alcuni dei temi significativi che ho intenzione di sviluppare a partire da questa esperienza sono i seguenti: la questione della fluidità di genere tra i filippini, la corporeità etnica e la sua reinvenzione in contesto migratorio, la sfida agli stereotipi dominanti da parte della comunità filippina, lingua e lingue utilizzate giovani di origine filippina e percorsi di crescita.
L’evento finale si è tenuto al Teatro Carcano a Milano il 13 settembre e la lunga durata del pomeriggio non ha permesso di concludere l’intero programma previsto. La soddisfazione più grande dei candidati è stata certamente ottenere riconoscimenti dalla giuria, ma soprattutto sentire di aver partecipato ad un percorso di crescita, come molti/e fra loro mi hanno riferito. Una tra le più giovani ha confidato alla mamma prima di salire sul palco: “Chi se ne frega se non vinco: la cosa importante è che sono cambiata”.

Massimo Modesti