Giovani LGBT+ figli di immigrati: una presenza in crescita, un discorso che resta in ombra

Un gruppo di ragazze di origine filippina alla marcia del Milano Pride 2018.

Da una decina di anni a questa parte, il movimento LGBT+ italiano ha iniziato ad interrogarsi e ad attivarsi sul tema delle persone straniere che chiedono asilo e protezione per sfuggire a condizioni di pericolo, minaccia o violenza legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Per facilitare il processo di richiesta e concessione dello status di rifugiato, molte associazioni si sono attrezzate con sportelli dedicati e volontari competenti. Inoltre, negli ultimi anni, le lotte di piazza per i diritti alla libertà, alla protezione e alla tutela delle identità LGBT e per il riconoscimento delle relazioni tra persone dello stesso sesso, si sono aperte in maniera intersezionale alle lotte femministe, antirazziste e, soprattutto, al tema dell’accoglienza dei migranti. Una propaganda sempre più serrata di criminalizzazione dei migranti e dei richiedenti asilo, e un’opinione pubblica arroccata su posizioni sempre più esplicitamente razziste e violente – in un periodo storico caratterizzato da stagnazione e crisi economica – hanno spinto i movimenti, ma anche ONG, parte della stampa di settore e gruppi di politici e cittadini, a sollevare il tema di una corretta informazione e del rispetto dei diritti e della dignità di tutte le persone indipendentemente dal loro background e dalla loro identità.

Si sta facendo molto, quindi, intorno al tema dei migranti e richiedenti asilo LGBT+ e va dato merito anche ad una crescente mobilitazione su temi correlati, come un’informazione corretta sulla prevenzione dell’HIV dedicata a questi gruppi di nuovi cittadini. Inoltre, aumenta l’informazione e la sensibilità riguardo alle difficoltà e ai progressi delle persone LGBT+ nei vari Paesi e continenti, grazie anche all’impegno di blogger competenti come gli autori e collaboratori de Il Grande Colibrì, alle campagne di movimenti come l’Associazione Radicale Certi Diritti e all’affermazione di attivisti italiani di origine straniera, un nome fra tutti quello di Wajahat Abbas Kazmi.

Resta in ombra, tuttavia, una questione che alcuni negli ultimi anni hanno sollevato e che stenta a farsi strada: quella delle persone LGBT+ con background migratorio, ovvero sia immigrati di lunga permanenza sia figli/e di immigrati o “seconde generazioni”. Mi sono chiesto per lungo tempo le ragioni di questa difficoltà a portare l’attenzione sul tema, ad approfondirlo e ad attivare le risorse associative per eventuali percorsi di aiuto. Eppure ci sono stati anche casi saliti alla ribalta della cronaca che hanno – sebbene per breve tempo – acceso i riflettori sulle difficoltà che possono vivere questi/e giovani, due fra tutti: l’episodio del giovane di origine marocchina a cui è stato sottratto dai famigliari il passaporto mentre era in Marocco (salito alla ribalta delle cronache grazie a Le Iene) e, ancora più pesante, l’uccisione di un giovane di origine cinese da parte di coetanei a Prato. Lasciamo per ora da parte il tema dell’esotismo con cui questi fatti di cronaca sono stati affrontati dai media italiani. Si tratta di casi estremi e gravi, ma altri di gravità intermedia li ho conosciuti io stesso nelle reti di conoscenze informali e di amicizia. Storie di conflitti e di sofferenza che non arriveranno mai alle nostre orecchie.

Chi sono, come se la passano, dove e come vivono, che difficoltà sperimentano e che soluzioni hanno trovato questi giovani per integrare la propria identità LGBT+ con il background migratorio? Hanno fatto coming out oppure no, e se lo hanno fatto come è andata? Quali strategie di sopravvivenza hanno messo in atto nel caso di situazioni di conflitto importanti?

Me lo sono domandato a partire in particolare dal 2013 quando ho coinvolto un piccolo team di attiviste e ricercatrici intorno a questi interrogativi per esplorare le esperienze di questi adolescenti e giovani e portarle a conoscenza dell’opinione pubblica e soprattutto delle associazioni LGBT+ e di immigrati. Con qualche difficoltà quel progetto è riuscito ad avere dei momenti di diffusione pubblica (tra cui un convegno finale nel novembre del 2015), ma storie, riflessioni e conclusioni raccolte rimangono ancora nel cassetto. Personalmente continuo a riflettere su come dare risalto a questi argomenti e, quando possibile, condivido le mie idee per trovare strumenti per avvicinarsi e avvicinare eventuali giovani in difficoltà. Dico eventuali perché ci sono invece molte storie di giovani figli di stranieri che hanno affrontato nel migliore dei modi il loro coming out e penso che sia importante raccogliere e diffondere anche queste. Nel 2018 è uscito il romanzo autobiografico di Shi Yang Shi, attore di teatro e cinema, che racconta con ricchezza di dettagli che cosa è stato per lui scoprire la propria omosessualità da ragazzo e adolescente figlio di immigrati cinesi in Italia. Per ora mi risulta che sia l’unica testimonianza pubblica importante e di ampia risonanza di una seconda generazione LGBT+ e mi piacerebbe sapere se questa abbia contribuito ad accendere un faro e a spingere famiglie, associazioni e istituzioni a prendersi a cuore le difficoltà che potrebbero vivere ragazzi e ragazze di seconda generazione.

Stanno nascendo le cosiddette “case rifugio” per ospitare e dare protezione temporanea ad adolescenti e giovani costretti a sfuggire minacce e violenze famigliari. In casi estremi, data una buona diffusione dell’informazione a livello nazionale, potrebbe essere una soluzione efficace per chi non può cavarsela da solo e desidera fuggire da una condizione insostenibile. Alcuni giovani che ho avuto modo di conoscere hanno trovato il coraggio di emigrare nelle grandi città per allontanarsi da un clima famigliare divenuto insostenibile dopo il loro coming out (volontario e involontario), con la speranza di trovare libertà e tolleranza. Tuttavia l’autonomia forzata può a volte essere un salto nel vuoto e l’aiuto di qualcuno risulta fondamentale nei primi tempi. Chi non l’ha trovato in famiglia o nelle reti di aiuto formali, a volte l’ha trovato in qualche adulto che – coinvolto in una relazione romantica o meno – si è preso cura per un certo periodo del ragazzo. Qualcuno, più in difficoltà nel trovare lavoro e aiuti, ha cercato altre strade per non trovarsi senza un tetto, tra queste anche la prostituzione.

Queste strategie non sono chiaramente un’esclusiva delle seconde generazioni: adolescenti e giovani LGBT+ cacciati e ripudiati dalla famiglia hanno dovuto arrangiarsi da soli per sopravvivere in tutte le latitudini e le epoche storiche. Tuttavia la condizione del giovane figli di immigrati ha delle peculiarità che possono essere sia vantaggi che svantaggi a seconda della situazione, come ad esempio il fatto di avere reti famigliari spesso transnazionali e quindi parenti che vivono in vari Paesi e potrebbero fornire un aiuto. Quello famigliare non è il solo tema da affrontare per gli LGBT+ con background migratorio, perché spesso famiglia è uguale a comunità co-etnica, ovvero la popolazione immigrata della stessa nazionalità, lingua e religione che vive sul territorio. Le soluzioni estreme hanno un costo a livello personale e famigliare molto alto se sono dettate dall’urgenza di togliersi da una situazione imbarazzante o di pericolo: il rischio di trovarsi per strada e quello di vedersi tagliato fuori dai legami di sangue e comunitari.

Non è questo il contesto in cui affrontare le varie questioni specifiche che affliggono gli LGBT+ di origine straniera: questi sono solo alcuni cenni per avere una quadro della complessità dello sfondo su cui voglio articolare il mio discorso. Ritorno quindi alla domanda iniziale: perché nonostante i vari tentativi di portare a galla il tema per una presa di coscienza e un approfondimento specifico anzitutto, le questioni che riguardano gli LGBT+ figli di immigrati continuano ad essere ignorate? Provo ad elencare alcune delle possibili ragioni, alcune delle quali rappresentano reali difficoltà mentre altre sono basate su pregiudizi:

Non fanno notizia perché oggi i riflettori dei media e della politica sono tutti puntati sull’emergenza delle migrazioni che arrivano dalla rotta mediterranea e sui richiedenti asilo;

Sono difficili da conoscere e da far emergere perché richiedono di entrare delicatamente nella quotidianità delle persone e delle famiglie ordinarie;

Si pensa che se la caveranno perché in fondo vivono in Italia e piano piano anche le loro famiglie saranno contagiate da un clima di tolleranza e libertà;

Non ci sono procedure validate e pronte da seguire per avvicinare e aiutare famiglie e giovani che si trovano in difficoltà (tanto che spesso lo veniamo a sapere da fatti di cronaca che sono solo la punta dell’iceberg);

Tendiamo a trattare le comunità immigrate come qualcosa di alieno (e spesso lo sono nella misura in cui non ne conosciamo la cultura e il funzionamento delle reti di relazione) in cui se succedono atti di intolleranza e violenza è perché “sono arretrati”, “sono mussulmani”, “è la loro cultura” o semplicemente “sono stranieri”;

Tendiamo a concepire le persone con background migratorio in base allo stereotipo che abbiamo sulla loro appartenenza: se sono mussulmani saranno per forza omofobi, se sono brasiliani saranno liberali e di mentalità aperta, ecc.

Le discoteche e i locali LGBT friendly di Milano e di altre città sono sempre più multiculturali e la presenza di adolescenti e giovani di seconda generazione mi dicono essere visibilmente in crescita anche nei luoghi del divertimento notturno. Le marce dei Pride sono sempre più multiculturali e basta andarci con regolarità anno dopo anno per vedere quanto sta cambiando la partecipazione in termini anche etnico-culturali. Nelle associazioni studentesche i temi delle libertà e dei diritti legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere sono oggi sempre più frequenti; inoltre, nelle associazioni LGBT i giovani di origine straniera stanno facendo capolino, così come gli studenti stranieri LGBT+ che vengono a frequentare l’università in Italia. Eppure non tutti sono studenti e non tutti si spendono pubblicamente usando la leva della propria storia di riscatto o di coraggio per fare attivismo. Non tutti sono attivisti e non tutti hanno le conoscenze, le informazioni e il coraggio per trovare da soli una soluzione alla propria condizione di difficoltà. Non tutti vivono nelle grandi città e non tutti hanno reti famigliari e amicali che possano sostenerli in caso di grave rifiuto da parte dei genitori. La maggiore parte dei giovani rimane nell’ombra, nel bene e nel male, e le loro storie completamente sconosciute. Credo che sia un dovere prendersi un impegno verso questi giovani e verso le loro famiglie perché non tutti se la sanno cavare da soli.

Lungi da me il separare le lotte in un momento in cui si stanno rendendo i movimenti per i diritti convergenti e intersezionali: tuttavia, dal punto di vista del benessere e dell’educazione delle nuove generazioni e dei genitori, è necessario conoscere e capire le esperienze specifiche degli LGBT+ nati dall’immigrazione per attivare eventualmente strumenti di supporto e di sensibilizzazione adatti ed efficaci. Tutta l’attenzione e l’aiuto sono oggi rivolti a chi fugge da una condizione di pericolo e minaccia a causa dell’identità sessuale e di genere ed è buono che la loro fuga trovi porti sicuri ad attenderli, ma è qui nei nostri paesini e nelle grandi città che bambini, adolescenti e giovani si trovano quotidianamente ad affrontare il tema della loro identità di genere e sessuale, a volte con gli strumenti per farlo, a volte senza. Sicuramente capiterà – a differenza di qualche decennio fa – di essere esposti mediaticamente o nei luoghi deputati all’istruzione a conoscenze e informazioni sulle questioni LGBT+ e questa è buona cosa, ma questo non arriverà a tutti e non sarà per tutti un’occasione di svolta.

Secondo la conoscenze e l’esperienza che ho raccolto in questi anni sul tema, il nostro problema nei confronti degli adolescenti e dei giovani LGBT+ figli di immigrati è che spesso non sappiamo come aiutarli e, soprattutto, non sappiamo come aiutare i loro genitori perché non li conosciamo, non sappiamo come la pensano su tematiche di genere e sessualità (o ancora peggio lo diamo per scontato), non abbiamo sviluppato delle buone pratiche interculturali a loro rivolte sui temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere non conforme. Ed è ora che questo venga fatto. Prevenire atti di limitazione della libertà e di violenza come quelli accaduti ai giovani di origine cinese e marocchina è un nostro dovere come organizzazioni e professionisti che si occupano dei diritti e del benessere delle nuove generazioni e può essere fatto in vari modi, a partire da semplici gesti di conoscenza reciproca e interazione fra soggetti attivi della società civile (ad esempio fra organizzazioni LGBT+ e organizzazioni di immigrati). Certo, non può essere solo un compito dell’attivismo: ci vogliono degli alleati professionalmente competenti sul territorio per creare magari progetti deputati a questo scopo.

Pochi giorni fa sono stato all’inaugurazione della sede AGEDO (Associazione Genitori di Omosessuali) di Como e – sapendo della sensibilità sul tema delle fondatrici – ho voluto portare all’attenzione del pubblico presente le mie riflessioni. Qui non stiamo parlando di accoglienza e integrazione: stiamo parlando di rendere le nostre realtà associative interculturali e capaci di connettersi con persone con background migratorio e di farsi aiutare da loro ad agganciare e aiutare eventuali famiglie e giovani in difficoltà sul tema dell’accettazione dell’orientamento omosessuale, bisessuale e transessuale. Questo si può fare, ma comporta di avere un’obiettivo e un impegno chiari.

Massimo Modesti

* Nei suffissi è stato usato il genere maschile per preservare la scorrevolezza nella leggibilità del testo, ma tutte le parole declinabili nel genere sono da intendersi in senso sia maschile sia femminile o neutro. Consapevole dei limiti della lingua italiana in questo senso, me ne prendo tutta la responsabilità.

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Dalle Filippine all’Italia, forbici in mano: il salone di Bryan e Jhen

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Tre anni fa fui invitato ad un concorso di bellezza filippino. Ero arrivato da poco a Milano e non sapevo che tra i filippini questi concorsi fossero tanto importanti, anche in Italia. Durante la lunga attesa per l’inizio dello spettacolo mi venne consegnato un biglietto da visita: si trattava di un parrucchiere che lavorava nel backstage, Bryan Luntanyao. Sono passati tre anni e da allora sono sempre andato da lui. Nel frattempo è anche diventato padre e in via Cenisio 37 ha aperto un nuovo negozio dove lavora con la sua compagna Jhen. Gli ho voluto fare qualche domanda per conoscere meglio la sua carriera.

Quando hai iniziato la tua attività?

Sono nato da una famiglia povera a Cagayan de Oro, sulla costa nord dell’isola più meridionale delle Filippine. Sapevo che non sarei riuscito a fare l’università, così pensavo che avrei lavorato come tassista o barbiere. A 21 anni per alcuni mesi ho fatto il barbiere poi ho capito che un parrucchiere guadagna il triplo: io prendevo dai 150 ai 300 al giorno mentre loro dai 1000 ai 3000 pesos. Ho lavorato alle dipendenze di parrucchiere per cinque mesi, ma guadagnavo poco. Poi sono andato a lavorare nel salone più famoso delle Filippine: David Salon.

Quali sono stati i tuoi maestri e ispiratori?

A 17 anni ho conosciuto un parrucchiere gay che mi ha insegnato un tipo di taglio maschile, ma già a 11 anni tagliavo i capelli ai miei amici. Dopo la scuola media ho lavorato nei fast food, ma era molto stancante: non volevo farlo per tutta la vita. Quindi sono ritornato a pensare alla carriera di parrucchiere.

E quando sei venuto in Italia?

A 25 anni mi sono trasferito a Milano. Molti mi dicevano che non sarei riuscito a fare il parrucchiere in Italia, che non funzionava e che avrei dovuto lavorare come domestico. Invece ho dimostrato che non è vero. Ho lavorato in vari saloni italiani, poi a casa e infine ho aperto in via Cenisio.

Lo affianca la sua compagna Jhenz che mi racconta: “Ho iniziato due anni fa a lavorare con lui e all’inizio non sapevo nulla. Ho imparato guardandolo e chiedendo consiglio. Mi trovo bene con lui chiaramente perché ci basta uno sguardo per capirci, ci conosciamo bene”.

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Ne approfitto per fare qualche domanda anche ai suoi clienti e chiedo loro perché vengono da Bryan. Sono tutti filippini di prima o seconda generazione, ma vengono anche italiani come me di tanto in tanto.

Menchie: “Lo conosciamo da tanti anni. Abbiamo fiducia in lui e poi è bravo. Veniamo tutti e tre insieme di solito, io e i miei figli”.

Liam: “Vengo qui perché devo seguire mia mamma (ma ti piace Bryan? che cosa ti piace del suo lavoro?) Mi piace come mi taglia i capelli”.

Ethel: “He knows the Filipino style, he knows the kind of hair we have. So we don’t need to explain to the hairdresser. If we go to an Italian hairdresser, we could be disappointed of the result. So I feel more comfortable with him. He is also friend of my daughter”.

Myla: “We understand each other because we speak the same language. I work close to his saloon and I pass here when I go back home”.

Helma: “Vengo a fare taglio e colore. Il prodotto è buono perché non ha ammoniaca”.

Stephanie: “È bravo coi tagli e anche con la stiratura. Lavoro qui vicina e passo di qui per tornare a casa. Vivo a Lambrate. Sono amica di sua moglie e prima andavo a casa loro a tagliare i capelli. Ci conosciamo da circa da quattro anni”.

Ian: “Ci siamo trovati bene perché conosce tutti i tipi di capelli. Solo guardando il viso capisce quale taglio ti sta bene. Per esempio io ho 45 anni e dopo il suo taglio sembro averne 25! Io vengo da San Donato apposta per tagliarmi i capelli da lui. Ne abbiamo provati tanti. Vengo da lui prima di tutto perché ha i titoli per esercitare e poi perché mi piace come taglia. E soprattutto ha l’appoggio della signora: senza la sua compagna non sarebbe nessuno. Come si dice, dietro ad ogni uomo di successo c’e una donna”.

Doris: “Sono andato da parrucchieri cinesi e italiani, ma non sono rimasta soddisfatta. Non seguono quello che dico, fanno quello che vogliono. Ed è anche difficile spiegare come voglio i capelli. Bryan mi piace perché è tranquillo mentre trovo lo stile cinese un po’ nervoso. Vado da lui da circa un anno. L’ho conosciuto tramite un amico grazie al passaparola”.

Ciò che mi ha sempre impressionato del lavoro di Bryan è la cura dei dettagli e la sua pazienza. Il suo è un taglio accurato e lui non bada al tempo: la passione per il suo lavoro si vede anche da questo. Inoltre nel suo salone il clima è vivace e le risate non mancano mai. Ci ritorno sempre volentieri e ne esco sempre soddisfatto. Con Bryan massima qualità al giusto prezzo. Provatelo!

Massimo Modesti

Pagina Facebook di BryJhen Salon
Contatto telefonico: 327 3495691

Giovani LGBT figli/e di stranieri: a Milano la presentazione del primo studio italiano

Card convegno 2G LGBT

Giovedì 5 novembre 2015 alle ore 18.30 presso la Casa dei Diritti del Comune di Milano in via E. De Amicis, 10 verranno presentati i primi risultati della ricerca-azione “Seconde generazioni LGBT” che ha esplorato l’esperienza di 36 giovani lesbiche, gay, bisessuali e transgender figli e figlie di stranieri residenti prevalentemente a Milano, ma anche a Padova, Bergamo e Latina. Il progetto, sostenuto dalle associazioni ArciLesbica Zami Milano, Rete G2 – Seconde Generazioni e ALA Milano onlus, con il contributo finanziario dell’associazione radicale Certi Diritti, si è svolto tra giugno 2013 e settembre 2014. I risultati saranno illustrati da Massimo Modesti, Helen Ibry, Medhin Paolos e Antonia Monopoli, che hanno lavorato al progetto, e saranno arricchiti dalle testimonianze di alcuni/e partecipanti. Tra i paesi di origine di costoro vi sono: Perù, Filippine, Ecuador, Cina, Brasile, Bolivia, Vietnam, Eritrea, Kosovo, India, Colombia, Giappone e Regno Unito.

Il progetto di ricerca-azione si è articolato principalmente in incontri di gruppo – sei focus group tematici e due aperitivi – che hanno permesso di raccogliere importanti dati di esperienza dai/dalle partecipanti. Inoltre, il percorso è stato accompagnato dall’animazione di un gruppo Facebook riservato ai/alle partecipanti e da numerose occasioni di incontri informali, alcune di queste legate anche ad eventi associativi LGBT (ad esempio la parata del Pride e alcuni flashmob).

Tra le questioni emerse: il rapporto tra origine straniera e sessualità/genere nel percorso identitario, il coming out con la famiglia, gli immaginari e le parole per definire le persone omo-bi-transessuali nelle comunità etniche di riferimento, il rapporto tra fede religiosa e sessualità non eteronormative, i contesti sociali in cui si vive apertamente la propria identità omo-bi-transessuale, il confronto con i modelli estetici corporei dominanti e il ruolo delle associazioni LGBT nel percorso di crescita personale.

Il percorso di gruppo ha favorito il confronto e lo scambio tra i/le partecipanti, ha permesso ad alcuni/e di riconnettersi alla dimensione dell’etnicità e altresì di affrontare alcuni nodi critici legati al processo del coming out.

Dalla ricerca emergono importanti spunti per le associazioni di immigrati, le associazioni LGBT, le associazioni delle seconde generazioni e i servizi (scuola, consultori, centri giovanili) per avvicinarsi all’esperienza di questi adolescenti/giovani, per comprenderla ed eventualmente per avanzare o organizzare proposte e percorsi utili anche alle seconde generazioni LGBT.

Massimo Modesti

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Un’associazione di famiglie di origine peruviana promuove a Milano un corso di affettività e sessualità per figli e figlie

caporales santos

Tutto è nato da un’idea balenata mentre davo un aiuto per i preparativi del Pride milanese lo scorso anno. Un amico si occupava di contattare gruppi musicali e di danza che potessero animare la parata e pochi mesi prima avevo conosciuto un gruppo di danza “caporales” (un ballo di origine boliviana) formato prevalentemente da giovani di origine peruviana. Gli suggerii di contattarli e di invitarli: poteva essere un modo per rendere il corteo più multiculturale nelle sue espressioni artistiche e anche un’occasione per coinvolgere le associazioni di immigrati e di seconde generazioni.

Contemporaneamente mi stavo dedicando ad un progetto rivolto a giovani gay, lesbiche, bisessuali e transgender figli di immigrati. Grazie a questa esperienza, il mio proposito era quello di raggiungere i genitori e di verificare la loro sensibilità verso le tematiche dell’omosessualità e dell’identità di genere e la prima occasione mi fu offerta proprio nell’ambito della comunità peruviana. Fui invitato al consolato peruviano per un seminario dedicato alle seconde generazioni in cui, a sorpresa, mi chiesero di presentarmi: decisi di parlare del progetto rivolto alle seconde generazioni LGBT. C’erano il console, alcuni volontari di un’associazione, giovani e famiglie. Al termine del seminario, mi vennero incontro due persone, mamma e figlio, chiedendomi se ero coinvolto in Arcigay che li aveva contattati per partecipare al Pride. La donna, Maria del Rosario Montalvo, è la presidentessa della Fraternidad Artistica Caporales Santos Milano, uno dei vari gruppi di danza caporales presenti sul territorio milanese. Due anni fa si è costituita in associazione tramite l’Arci e oggi sta diventando a Milano protagonista di una interessante iniziativa nata proprio grazie a quella fortunata circostanza e all’amicizia che ne è seguita.

Già nel mio primo incontro con i gruppi di danza latinoamericani, di cui narro in un altro articolo, mi ero reso conto della loro grande potenzialità a livello formativo e sociale. Ho conosciuto altri gruppi analoghi a Milano e ho capito che su questo avevo ragione. Grazie ad un lavoro che mi era stato commissionato da un’agenzia di ricerca sociale, sono entrato a contatto coi loro responsabili e mi sono addentrato più in profondità nelle loro dinamiche interne.

In particolare ho coltivato un rapporto speciale coi Caporales Santos che, in occasione di una festa cui mi avevano invitato, mi hanno chiesto se ero disponibile ad aiutarli ad organizzare un incontro coi figli e con le figlie sulle questioni legate all’affettività e alla sessualità. Una questione in particolare preoccupava i genitori: nelle famiglie di origine latinoamericana succede che alcune ragazze adolescenti rimangano incinte con una serie di conseguenze sui loro percorsi di crescita. Per questo motivo volevano rendere figli e figlie più attrezzati nella gestione della sessualità.

Che lo chiedessero a me – che mi occupo notoriamente di omosessualità – mi è parsa una cosa curiosa e incoraggiante insieme. La richiesta mi confermava quello che avevo inteso, cioè che su queste tematiche erano disponibili e sensibili.

Ho chiesto un aiuto alla mia collega psicoterapeuta Chiara Caravà per realizzare questo percorso. Abbiamo deciso di effettuare alcuni incontri di indagine sui modelli di riferimento e sulle esperienze che appartengono a questo gruppo di adolescenti e giovani per poi strutturare una proposta formativa più articolata che possa rispondere ai loro bisogni. L’intenzione dei genitori di questa associazione è quella di estendere la proposta a tutti i gruppi di danza con cui essi sono in contatto, raggiungendo quindi un numero di giovani che si aggira intorno ai 180-200 in tutta Milano.

In un periodo in cui nella scuola pubblica italiana alcuni gruppi di pressione terrorizzano i genitori sulla possibilità che nell’educazione affettiva e sessuale dei figli si parli anche di stereotipi di genere, di omosessualità e di non conformità di genere, il fatto che un’associazione di famiglie di origine peruviana si faccia promotrice di una iniziativa formativa come questa in cui si parlerà di tutte le forme di sessualità e di affettività, è decisamente degna di nota. E merita di essere conosciuta e divulgata perchè rompe lo stereotipo secondo il quale gli immigrati siano indifferentemente più omofobi degli italiani.

La lungimiranza di questi genitori diventa una risorsa per tutta la comunità milanese dove spesso le associazioni di immigrati vengono relegate a ruoli minori o racchiuse in una cornice etnica e folcloristica. Vengono invitate alle sfilate e alle manifestazioni perché sanno creare un clima festoso ed esibiscono le “loro tradizioni”: e questo va benissimo. Tuttavia ci si dimentica che sono anche luoghi dove si promuove socialità, cultura e formazione; e dove i genitori e figli si interrogano sulle sfide del presente e danno prova di voler crescere insieme condividendo e intrecciando le proprie esperienze.

Massimo Modesti

Come una chiesa evangelica ha tentato di liberarmi dallo spirito dell’omosessualità

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Camilo* è un giovane gay di origini colombiane in Italia da 8 anni che si è avvicinato ad una chiesa evangelica di origine latinoamericana. L’occasione gli è stata data dal suo nuovo fidanzato, che vive a qualche centinaio di chilometri di distanza, che lo ha invitato a passare qualche settimana da lui. I genitori del ragazzo sono molto devoti a questa chiesa e non accettano l’omosessualità del figlio. Camilo, invece, già da qualche anno ha rivelato ai suoi genitori di essere gay e questo non ha destato particolari problemi. Durante il periodo trascorso dal fidanzato, Camilo inizia a partecipare agli incontri della chiesa dove trova un’accoglienza accorata e piacevole.

Il giorno successivo incontra la leader della chiesa che gli chiede un colloquio privato: «Camilo, io vedo dal tuo viso che non sei felice. Se vuoi essere veramente felice, cambia strada e rinuncia all’omosessualità. Ho incontrato tanti ragazzi come te che hanno fatto una brutta fine. Dio non accetta l’omosessualità: se fai qualcosa che a Dio non piace, non ti sentirai mai bene con te stesso». Le sue parole sono così convincenti che un dubbio si insinua nella mente di Camilo: «Ho iniziato a pensare che in quanto gay a volte mi sento a disagio perché non posso vivere liberamente la mia vita amorosa. Se voglio esprimere gesti d’affetto in pubblico, penso sempre alla reazione degli altri». Nel frattempo questo avvicinamento alla chiesa lo mette in difficoltà con il fidanzato che gli riferisce di sentirlo distaccato e lontano: «Anche quando facevo all’amore con lui, non sentivo più le stesse emozioni di prima». La partecipazione alle assemblee diventa motivo di litigio nella coppia: «Non mi importava che lui fosse arrabbiato: io mi sentivo bene con me stesso». Segue un primo rito di liberazione dallo “spirito dell’omosessualità” al termine del quale la pastora gli dice di aver visto cose meravigliose per lui e che avrebbe realizzato un’idea creativa che lo avrebbe reso ricco.

Camilo ritorna a casa e riprende la vita di sempre. In cuor suo sa che non diventerà eterosessuale: non lo convince la storia dello spirito maligno. Nel frattempo la pastora si tiene in contatto con lui e lo invita a ritornare: «Camilo, devi assolutamente venire domenica perché ci sarà un rito di liberazione di massa. Non puoi mancare». Stavolta il giovane chiede di portare con sé anche la mamma e i due fratelli più giovani che vengono ospitati in un albergo di proprietà della chiesa.

Il racconto che segue è un susseguirsi di colpi di scena per i quali Camilo rimane allibito: «Domenica avevo programmato di andare a pranzo dalla famiglia del mio ragazzo insieme a mia mamma e ai miei fratelli. Durante i preparativi, vengo a sapere che la figlia della pastora ha chiamato suo padre dicendogli che non saremmo andati. Mi sono sentito braccato: come si permettevano di limitare la nostra libertà?». Da allora capisce di essere in loro potere. Nasce una tacita intesa con la mamma che decide di stare al gioco: «Camilo, chiaramente non penso davvero quello che ho detto alla pastora: non hai nessun spirito e non sarà questa chiesa a farti cambiare. Semplicemente non voglio creare problemi data la nostra situazione». La confessione della mamma lo rincuora: «Le sue parole mi hanno fatto molto piacere perché ho capito che aveva accettato completamente la mia omosessualità». Al tempo del coming out, infatti, la madre aveva manifestato qualche riserva e preoccupazione.

Il momento cruciale del weekend è la liberazione di massa. La pastora lo prepara con una serie di raccomandazioni: «Guarda che stai per fare una cosa molto seria. Se non rinunci allo spirito dell’omosessualità, riceverai sette spiriti maligni. È scritto nella Bibbia». A quel punto Camilo le dice: «Io non so pastora se diventerò etero. Fin da bambino sono consapevole di essere diverso; poi crescendo ho capito che si trattava di essere gay». Il rito inizia con un test scritto nel quale gli viene chiesto se ha guardato pornografia, praticato discipline orientali, avuto rapporti sessuali con famigliari, fumato spinelli, guardato Dragon Ball, avuto rapporti omosessuali, ecc. Una lista infinita di peccati e comportamenti a cui deve rinunciare. Seguono quattro lunghissime ore, perlopiù in piedi e ad occhi chiusi con le mani rivolte verso l’alto, di preghiera e canti ininterrotti. Alcuni si addormentano, altri svengono o entrano in una specie di trance. Il caldo è soffocante, manca l’ossigeno: «Secondo me lo fanno apposta per provocare svenimenti. E ti dicono che quando sbadigli o svieni, Dio ti ha toccato». Anche lui si addormenta per un po’.

Il giorno dopo ritorna a casa. La pastora capisce che le cose non sono andate come sperava. Cerca di mettere zizzania fra Camilo e il suo fidanzato mettendo in cattiva luce il secondo con la mamma del primo e viceversa. Un ultimo sms di Camilo comunica alla donna che pur rispettando il loro credo, desidera interrompere qualsiasi contatto con loro. Il suo fidanzato, invece, purtroppo vive tuttora sotto la pressione dei genitori e degli zii che sono succubi della chiesa.

Camilo commenta così la vicenda: «C’è un gioco psicologico assurdo, ti fanno un lavaggio del cervello. Ti attirano con il sorriso e la simpatia. Ti dicono che non sei arrivato per caso, ma che Dio ti ha condotto a loro. Per un po’ sono riusciti a convincermi. Poi ho capito che è una presa in giro. Ti dicono che sei libero di scegliere, ma poi alla fine sei obbligato a fare le cose che ti chiedono per essere accettato dalla comunità. Altrimenti non sei ben visto». Mi racconta anche una serie di dettagli che riguardano la raccolta di “offerte” e “decime” da parte dei leader della chiesa, una gestione del denaro che non lo convince per nulla e che rende i meccanismi di reclutamento ancora più sospetti.

Al di là del tentativo di conversione all’eterosessualità, c’è da domandarsi che posto abbia Dio in vicende come queste: il sentimento religioso, una misto di senso del sacro e della famiglia, la promessa di una felicità disincarnata dall’esperienza concreta con le sue difficoltà, diventano gli elementi su cui far leva per convincere a rinunciare a se stessi. Dio è la soluzione a tutto: a patto di svendere la propria intelligenza e di lasciare che altri pensino che cosa sia giusto e sbagliato, al posto tuo.

Intervista a cura di Massimo Modesti

*Il nome è stato modificato per tutelare la privacy.

Gay e figli: un’opportunità di crescita negata

gay family

Non sono un amante della vita notturna e non ho l’abitudine di frequentare i locali gay, ma ogni tanto mi capita d’andarci su invito di qualcuno o in qualche particolare occasione di festa.

L’ultima volta che ci sono stato, trascorrevo la serata con un amico. Eravamo seduti ad un tavolo a chiacchierare. Ad un certo momento si è allontanato per conversare al telefono con il nuovo fidanzato che vive lontano e che si sentiva un po’ trascurato. Così mi sono ritrovato per un po’ da solo ad osservare la gente attorno a me e a pensare.

In quei giorni avevo frettolosamente letto un articolo pubblicato su The Telegraph in cui un noto presentatore televisivo americano affermava che i gay sono più inclini ad abusare di droghe (dato statistico fornito da un’agenzia governativa) per due motivi: non hanno la responsabilità delle cure di una famiglia, cosa che li costringerebbe ad una maggiore disciplina; e, di conseguenza, hanno maggiore disponibilità monetaria per acquistare le sostanze stupefacenti. La sua opinione mi aveva colpito: offriva un’interessante spunto di riflessione, indipendentemente dal fatto che essa trovasse riscontro nella realtà (ci vorrebbe quantomeno una ricerca).

Quella sera nel locale erano presenti soprattutto giovani uomini di età compresa tra i 30 e i 40 anni: io rientravo esattamente in quel target. Ad un certo punto mi chiesi: dove sarebbero tutte queste persone se avessero una famiglia e dei figli cui badare? Certamente una buona percentuale non sarebbe qui o comunque non sarebbe qui tutte queste ore fino a tarda notte. Neppure io sarei qui probabilmente. Questo stile di vita (apparentemente) spensierato, allegro e libero dei gay (anche adulti), spesso orgogliosamente sbandierato come affermazione di una differenza, non è il risultato di una libera scelta: è quello che ci resta quando ci vengono tolte altre possibilità e altri modelli.

Come molti altri, sono convinto che parte dei mali che ci affliggono in quanto gay maschi dipendano dalla mancanza di accesso ai diritti, in particolar modo quello di formarsi una famiglia e di avere dei figli. Solitamente gli attivisti si trovano d’accordo con questa mia affermazione. Altri, invece, esprimono una visione differente: il “mondo gay” è un “puttanaio” in cui tutti pensano solo a scopare e anche chi è fidanzato  non rinuncia a farsi una scappatella col primo che capita. Quindi non sarebbe la questione della negazione dei diritti e di modelli di coppia/famiglia a distogliere i gay dalla costruzione di rapporti stabili, ma un’attitudine innata verso l’infedeltà e il sesso promiscuo.

Fedeltà e promiscuità sono questioni che andrebbero trattate entro una cornice differente da quella dei discorsi di senso comune: farne una questione di “dna” svilisce il senso della questione e, diciamo pure, togliere valore ad altre forme di relazione che non sono monogame e purtuttavia seguono delle regole consensuali (coppie aperte e poliamorose, ad esempio).

Sappiamo benissimo quanto sia difficile per una coppia omosessuale dare continuità ad un rapporto, per vari motivi oltre che per un’assenza di modelli e per la negazione di diritti. Andrebbe quantomeno sgombrato il campo da questioni invalidanti come paure, auto-giudizi e stress da discriminazione percepita (minority stress). Infine, mi sembra centrale la questione della generatività ovvero di un potenziale di procreazione che non può essere realizzato.

Dove finisce il potenziale generativo di una coppia se non confluisce nella possibilità di farsi una famiglia? Non credo che per essere famiglia occorra necessariamente generare dei figli, ma solamente una volta che questa possibilità verrà data, ciascuna coppia sarà veramente libera di rinunciavi, anche per progetti di altro tipo. Conosco coppie che si dedicano al volontariato, ad esempio nell’ambito della salute MSM (men who have sex with men), e all’affermazione dei diritti LGBT; una coppia di cari amici gestisce un bed & breakfast naturista il cui stile di accoglienza è decisamente unico per un servizio come questo. Sicuramente gli esempi di generatività sociale sono tanti.

In Italia siamo obbligati in quanto gay maschi a convogliare il nostro potenziale generativo verso altro che non sia la procreazione e la crescita dei figli. Vorrei tanto che questa fosse una libera scelta, non l’unica alternativa possibile. E, diciamo pure, che la procreazione non fosse solo il privilegio di chi se la può pagare o l’eredità di chi ha avuto figli da una precedente relazione eterosessuale. Non so se i maschi adulti che ho incontrato al bar sarebbero felici di ritrovarsi a casa ad addormentare i propri figli e a crollare sfiniti sul letto anziché farsi la serata fuori con gli amici: tuttavia penso che averne il diritto potrebbe convincere qualcuno a scegliere anche questa strada. Personalmente è un’esperienza che mi manca e che desidererei fare.

Massimo Modesti

Lettera ad un/a insegnante in occasione di S. Valentino

love actually

Come ogni anno il tam tam mediatico e commerciale ci ricorda che è giunto il momento di festeggiare S. Valentino: che siamo single, accoppiati, innamorati o disamorati, separati, poliamorosi o reticenti a qualunque forma di legame, è impossibile non ricordarcene. Alcuni giorni fa mi sono commosso alla vista di alcuni cortometraggi di un regista spagnolo, tutti dedicati a questa ricorrenza: celebravano il trionfo dell’amore romantico. Il giorno dopo leggevo un articolo di un collettivo queer-femminista che demoliva – con ragioni inattaccabili – il romanticismo e ne indicava i risvolti mistificanti e perversi, soprattutto a danno del genere femminile. Mi trovavo in molti punti d’accordo.

Rimango conteso fra queste due posizioni sullo stesso oggetto e non riesco a prendere le parti di una piuttosto che dell’altra. In ogni caso, mi sento in dovere di spendere qualche parola sull’eco che questa festa generalmente ha su ragazzini e adolescenti, soprattutto a scuola. Per questo ho deciso di dedicare queste poche righe agli insegnanti, i quali non potranno ignorare i richiami che vengono dai loro alunni sulla “festa degli innamorati”.

Sui banchi di scuola si sono innamorate generazioni di alunni: di ambo i sessi, di tutti i generi e di tutti gli orientamenti sessuali. Spesso innamoramenti silenziosi, mai rivelati, addirittura segreti, in alcuni casi l’attrazione era rivolta ad un/a insegnante. Amori che hanno consumato i nostri giorni in attesa di un gesto, di uno sguardo o di una parola che potessero darci qualche speranza di essere ricambiati. Amori timidi. Talvolta amori proibiti, che sentivamo non aderire ad una norma eterosessuale onnipresente. Innamoramenti soffocati in gola o nel pianto, stavolta non per timidezza, ma per la sensazione che fossero sbagliati, vergognosi, colpevoli. Non sono tutte così le esperienze d’amore e di relazione, soprattutto tra le generazioni contemporanee dove spesso vi è un eccesso di comunicazione (virtuale) più che un’attesa silenziosa. Tuttavia, in alcuni casi, continuano ad essere vissuti in modo “discreto” e sommesso: sopratutto da chi percepisce verso il proprio sentimento o la propria attrazione un giudizio dominante negativo.

Cari e care insegnanti, so che alcuni di voi hanno ricevuto le confidenze di questi alunni e di queste alunne “invisibili”: essi/e vi avevano scelti/e per custodire un segreto e testare la sua accettazione da parte del mondo adulto. Ci sono ancora, tuttavia, insegnanti che pensano di trovarsi dinanzi solo alunni e alunne eterosessuali e conformi in quanto al genere. Tutti i loro riferimenti, quindi, sono a senso unico. Non voglio pensare a quegli insegnanti che considerano omosessualità e identità di genere non conforme come una malattia: non dovrebbero essere neppure ammessi all’insegnamento, secondo il mio parere. In generale in Italia, la formazione del corpo docente da questo punto di vista è notevolmente carente: se ci sono iniziative, sono isolate e nascono da percorsi e sensibilità particolari di qualche dirigente illuminato/a o da qualche insegnante già alfabetizzato sulle tematiche dell’omosessualità e l’identità di genere. Si tratta di questione delicate perché ognuno finisce col fare i conti con se stesso/a e con il modo con cui ha assimilato e vissuto la sessualità, il genere e le relazioni affettive.

Eppure tutto questo non è un optional: ne va del benessere di ragazzi e adolescenti in un ambiente dove spendono parte importante del loro tempo e delle loro energie. Una ricerca statunitense, di cui i media hanno dato notizia qualche giorno fa, ha segnalato che chi fa coming out – cioè rivela il proprio orientamento sessuale – durante l’adolescenza, soffre meno di depressione e ha livelli più elevati di autostima tra i 20-25 anni.

Fare coming out è una scelta solamente personale e nessuno può in alcun modo e a qualunque età essere forzato a farlo. Però offrire la sensazione che tutti e tutte sono i benvenuti, che tutti i tipi di amore hanno diritto di essere espressi, detti e manifestati, è un passo importante verso l’inclusione di tutte le differenze, anche a scuola. Tale atteggiamento contribuisce al benessere e alla crescita del potenziale (anche intellettivo) dei vostri alunni e delle vostre alunne.

Quindi, cari/e insegnanti, se proprio volete accennare a S. Valentino o contribuire culturalmente ad elevare le riflessioni sull’amore, parlate sempre al plurale, parlate di “amori” – quello romantico non è l’unico – e non date per scontato che un maschio biologico sia sempre attratto da una femmina biologica e viceversa. Anche su questo si gioca la qualità dell’istruzione a scuola.

Massimo Modesti

L’invasione degli arabi in farmacia: fra immaginari mediatici e “nuovi” mercati

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Dopo la pubblicazione del saggio contenuto nel libro “Dalle parole ai fatti”, torno su un tema a me caro: quello del linguaggio di uso comune e delle metafore.

Ieri sono andato nella farmacia di zona a fare acquisti. Avvicinatomi al banco, mi sono accorto di una novità. Sugli scaffali, la tipologia dei farmaci era segnalata in tre lingue: italiano, inglese e arabo. Inizialmente non mi ero accorto dell’inglese: ero stato immediatamente attirato dall’arabo. Incuriosito da questo particolare – mai osservato sino ad ora – dopo aver ordinato i medicinali, ho chiesto al farmacista che mi stava servendo: “Sono nuovi questi cartellini in varie lingue?”. Mi risponde affermativamente e, come mio solito, seguendo un tipico circuito euristico da ricercatore, gli chiedo se si tratta di una loro iniziativa. Mi dice che sono stati forniti da una casa farmaceutica. A quel punto rifletto a voce alta: “Quindi sono un prodotto standard. Pensavo che fossero stati realizzati in base ad un ragionamento sulle presenze linguistiche maggioritarie su questo territorio”. Lui a quel punto esclama: “Ormai siamo invasi dagli arabi!”. Ed io di seguito: “Mi risulta che ci siano anche altre comunità linguistiche numerose a Milano…”.

Non avevo le statistiche in testa e qualche dubbio rimaneva. Ero ben intenzionato, quindi, a verificare i numeri una volta giunto a casa. Al di là di questo aspetto, tuttavia, mi aveva colpito l’espressione usata dal farmacista: “Siamo invasi dagli arabi”. Una volta in più – con grande avvilimento – trovavo conferma che senso comune dominante e linguaggio mediatico riuscivano a penetrare nella testa di tutti i ceti sociali indipendentemente dal livello di istruzione e dalla professione.

Parlare di invasione significa evocare un immaginario militare che in Italia è stato propagandato soprattutto dalla Lega Nord e dai partiti o movimenti di estrema destra. Evoca un fenomeno di abuso e di irruzione violenta in un territorio sovrano da parte di qualcuno che vuole intenzionalmente occuparlo e imporre un proprio ordine politico. D’altra parte, riferirsi alle popolazioni di lingua araba con l’appellativo “arabi” è un errore che comunemente sento fare da molti italo-italiani. Il corollario di questa espressione è che tutti gli arabi sono musulmani e quindi l’invasione araba sarebbe in realtà un’invasione musulmana anzi, islamica. Fosse stata usata anche in modo ironico, l’espressione “invasione degli arabi” resta comunque un buon motivo per pensare che siamo in guerra (di religione?). Il tutto a dispetto dei cartellini multilingue che a ben vedere sono, al contrario, un segnale di benvenuto.

Sono andato a verificare le statistiche. A Milano (statistiche comunali al 31.12.2013) le prime tre comunità migranti sono: filippina (15,4%), egiziana (14%) e cinese (9,5%). Tuttavia, se consideriamo anche quella marocchina (3,3%), la comunità di lingua araba finisce per essere in testa. Quindi i cartellini della farmacia hanno una loro giustificazione, ammesso che tutti i parlanti di lingua araba sappiano anche leggere l’arabo. Quest’ultimo particolare, tuttavia, è irrilevante se l’esito di questa operazione è comunque di far sentire “a casa” la persona di origine immigrata, anche nelle sua specificità linguistica.

Ho trovato, invece, meno giustificabile l’utilizzo di un linguaggio metaforico ed evocativo improprio da parte del farmacista. Il quale aveva ben chiaro chi aveva davanti: un giovane uomo italo-italiano e italofono di discendenza italiana con cui l’intesa tacita su questa espressione poteva essere automatica (lo avrebbe mai detto con uno straniero?). Considerate le cose come sono andate, mi viene da pensare che in quanto a plurilinguismo le case farmaceutiche siano più lungimiranti dei farmacisti, sebbene questi abbiano un’interazione quotidiana con clienti di origine immigrata e, quindi, conoscano la tipologia di acquisti che effettuano (esiste una interessante ricerca sul tema).

L’immaginario xenofobico resiste e continua ad essere diffuso nel linguaggio quotidiano. Spezzare questa catena, che si riverbera a vari livelli da quello quotidiano a quello istituzionale, non è facile. Basti pensare a come il linguaggio razzista stia assumendo connotati ordinari nella nostra bella Italia (il terzo libro bianco sul razzismo di Lunaria ne fa un’analisi lucida).

Il mercato spesso arriva prima: con buona pace dei leghisti e delle istituzioni latitanti.

Massimo Modesti

“Miss Beautiful King”. Esplorazione di immaginari e identità in un concorso per transgender filippine

Binibining Gandang Hari

Binibining Gandang Hari è il titolo del concorso di bellezza ideato da Dolly Ordinario, milanese di origine filippina, che sulla scia di un’iniziativa realizzata anni addietro dalla madre, ha dato vita nel 2013 a questo evento dedicato alle ragazze transgender. Il nome (in lingua tagalog) è ispirato ad una nota attrice transessuale filippina e significa “Miss Beautiful King” (Miss Bel Re). Venni a sapere di questo concorso circa un anno fa dal mio parrucchiere di fiducia, che aveva fatto parte della giuria. Dal momento che mi interessavo ai percorsi di persone LGBT migranti e di generazioni nate dall’immigrazione, desideravo conoscere più da vicino i dettagli di questa iniziativa. Per mesi tentai invano di prendere contatto con l’organizzatrice. Poi, improvvisamente, in un giorno di fine estate, ricevetti una sua telefonata in cui mi invitava a partecipare alla riunione di preparazione dell’evento. In quell’occasione, mi raccontò la storia del concorso e alcuni particolari legati all’esperienza dello scorso anno.

La madre di Dolly, Teresita Jimenez, in Italia sin dal 1979, lanciò il concorso nel lontano 1995 con il nome di “Miss Gay”. La prima edizione – così come la seconda e ultima nell’anno successivo – si tenne precisamente in via Feltre (zona Udine M2) nel teatro di un istituto religioso, cosa curiosa se pensiamo all’odierna resistenza (e talvolta avversità) delle realtà cattoliche nei confronti delle iniziative di visibilità LGBT. Teresita aveva un ruolo importante nella comunità filippina del capoluogo lombardo: era presidente di FILCAG (Filipino Catholic Action Group), un’associazione che, tra la altre cose, ha contribuito ad aiutare molti migranti nelle pratiche burocratiche quando ancora non esisteva il consolato delle Filippine (fondato nel 1997-98).

Quest’anno il concorso si è tenuto il 14 dicembre nella sala conferenze dell’Hotel Michelangelo in zona M2-M3 Centrale. La partecipazione all’evento, il migliore concorso di bellezza cui abbia assistito finora in quanto ad organizzazione, mi ha avvicinato maggiormente al mondo delle transgender filippine e alle auto-rappresentazioni e rappresentazioni delle identità LGBT nella comunità immigrata dall’arcipelago asiatico. Da un po’ di tempo raccolgo storie e mi intrattengo in conversazioni con prime e seconde generazioni filippine: questo evento mi ha fornito qualche informazione in più sul tema e anche qualche interrogativo.

Entrambi i titoli degli eventi permettono di addentrarci nella percezione filippina dell’omosessualità e della transessualità/transgenderismo che non corrisponde alla concezione dominante presente nell’attivismo europeo e statunitense. “Gay” (bading in lingua tagalog) è una parola usata comunemente dai filippini (perlomeno nella comunità migrante presente in Italia) per definire un “uomo che si sente donna” e, di conseguenza, per tal motivo attratto da un uomo (paradigma della complementarietà dei generi). Da qui anche il titolo del primo evento “Miss gay”, peraltro mutuato da un celebre concorso di bellezza statunitense dedicato ai “female impersonator”, espressione che identifica qualcosa di affine alle drag queen e ai travestiti, ma che non corrisponde in toto né all’una né all’altra. Il “gay” comunemente usato a livello mainstream – anche qui in Italia – assume una connotazione prevalente di attrazione e orientamento sessuale (un maschio attratto da un maschio), ma non dice nulla sulla percezione del sé come identità per il quale è usato dai filippini. Analogamente il titolo “Miss Beautiful King” sottolinea il fatto che ad essere incoronato è un re (non una regina) che si presenta con l’aspetto di una “miss”, un maschio biologico che appare e si presenta come una donna, indipendentemente da cosa c’è oltre l’apparenza (un percorso di transizione piuttosto che vissuti di disforia di genere).

Durante le presentazioni iniziali, ciascuna candidata (ma sarebbe più corretto scrivere “ciascun* candidat*”) ha fornito al pubblico il suo nome di nascita (maschile) seguito da quello femminile, in alcuni casi più simile a un nome d’arte (come potrebbe essere quello usato dalle drag queen) che ad un nome proprio di persona. Le candidate dicevano: “Io sono (nome e cognome all’anagrafe), ma per voi stasera sarò (nome femminile)”. In un certo senso, questa versione dell’identità trans si avvicina maggiormente al travestitismo, al cross-dressing, lasciando in ombra la varietà dei vissuti personali che motivano un maschio biologico a “vestire panni femminili” o ad avvicinarsi ad un’immagine di sé che ritiene più consona al proprio sentire.

Forse non è un caso che sia quest’anno che lo scorso anno abbiano vinto due candidate che non hanno effettuato la transizione, neppure nella forma di una terapia ormonale: questa tipologia di transgender filippina probabilmente corrisponde in modo più preciso all’immaginario dominante presente nella comunità.

Nel concorso cui ho assistito, solo una candidata, durante la presentazione personale, ha fatto un discorso politico, parlando di diritti e di discriminazione delle persone trans, in particolare dei pregiudizi e dell’esclusione subite nel mondo del lavoro. Questa cosa mi ha colpito particolarmente. Si trattava di una candidata che sembrava aver effettuato la transizione almeno in parte e che si è guadagnata il secondo posto. Anche nel suo caso, però, le ho sentito usare un’espressione che mi ha colpito: “We homosexuals do exist!”. Questo mi ha confermato ulteriormente che la percezione identitaria e le parole usate per definire se stess* da parte delle partecipanti non corrispondono esattamente a quelle che avrei in mente io – come probabilmente molti altri/e amici/he attivisti/e e colleghi/e italo-italiani – per identificarla. Nell’ambito dell’attivismo o della comunicazione legata ai temi LGBT, nessuno in Italia chiamerebbe “omosessuale” una persona transgender, se non per indicare il tipo di orientamento sessuale che la riguarda. Per la verità neppure la mia amica transgender nata da genitori filippini e cresciuta in Italia (una cosiddetta “seconda generazione” quindi), la quale ha assimilato una visione di sé e della tematica forse più vicina alla mia.

L’attenzione verso la varietà di rappresentazioni e linguaggi connessi alle identità LGBTQ in senso transculturale è una frontiera tutta da esplorare nell’Italia contemporanea: penso sia importante contribuire a far conoscere tutto questo alla comunità scientifica, al mondo dei servizi e al grande pubblico.

Massimo Modesti

Cinese o italiano? Yang Shi e l’arte di aggiustare le crepe con cicatrici d’oro

Yang

Nella nota finale al mio saggio* sul rapporto tra linguaggi istituzionali, metafore del senso comune e il loro impatto sui destini delle famiglie di origine immigrata, in particolare sui figli e sulle figlie, faccio una lista – non esaustiva – degli artisti di “seconda generazione” o di origine straniera che, in Italia, contribuiscono a produrre contro-cultura e a diffondere un senso comune differente rispetto a quello dominante. Tra questi ci sono anche alcuni amici, ma non conoscevo ancora Yang Shi.
Qualche settimana fa ho assistito al suo spettacolo “Tong Men-G (Porta di Bronzo)” a Milano, nell’ambito di una serata organizzata dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Un viaggio attraverso il suo albero genealogico e le vite dei suoi antenati: le storie di chi lo ha preceduto e la sua storia di giovanissimo emigrante. Uno spettacolo lungo e impegnativo, recitato in italiano e in mandarino, dove interpreta i bisnonni, i nonni, i genitori e, grazie alle loro storie personali, attraversa alcune delle vicende più importanti della Cina contemporanea. Fino alla terza fase dell’emigrazione cinese in Italia: quella a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in cui è arrivato anche lui insieme alla madre, all’età di undici anni.
È evidente fin dall’inizio che la lacerazione e il conflitto che Yang mette sotto gli occhi degli spettatori (cinese o italiano?) non è un conflitto culturale e linguistico, come spesso si tende a mettere in evidenza per figli e figlie di migranti. O quantomeno non è solo e principalmente questo: è una lacerazione che nasce anche dalla storia politica dei due paesi e dalle rappresentazioni stereotipate che le politiche dei rispettivi hanno riprodotto di se stessi e degli altri, dal rapporto tra nativi italiani e comunità immigrata, dall’inserimento in particolare dei cinesi nell’economia internazionale e italiana, e dal loro successo a livello internazionale.
Lo spettacolo termina con una lunga sezione dedicata alle vicende del territorio di Prato, dove da anni le famiglie cinesi si sono stabilite occupando una parte importante del settore produttivo tessile. Lì, facendo da interprete e da mediatore linguistico nei conflitti tra imprenditori italiani e cinesi, Yang si è trovato a rivivere nuovamente sulla propria pelle la lacerazione identitaria e il peso che le rappresentazioni stereotipate o mediate dal senso comune delle due “comunità”, producono quotidianamente nelle generazioni nate dall’immigrazione.
La lacerazione interiore delle “seconde generazioni” cinesi, in questo caso, è alimentata dalla lacerazione sociale: in questo contesto di tensioni e conflitti, esacerbati oggi dalla crisi economica, chi fa mediazione – anche mediante l’arte – restituisce uno sguardo nuovo sulla realtà e sollecita a inventare nuove forme di legame sociale. Produce forme di resistenza culturale che in qualche modo si inseriscono negli immaginari riprodotti dai media e dai discorsi dominanti per affermare un altro modo di vedere le cose, uno sguardo che parte dall’esperienza personale e non da “ciò che si dice” di questa a partire da interessi politici, ideologici o da opinioni influenti.
Due immagini dall’impatto emotivo fortissimo concludono lo spettacolo. Anzitutto quella che richiama l’arte giapponese di “aggiustare le crepe con cicatrici d’oro”, una metafora del lavoro di chi restituisce integrità a identità frammentate: quelle personali, ma anche quelle comunitarie, intese più come realtà sociali locali che etniche. Una seconda immagine mi ha commosso fino alle lacrime: Yang infila in una lunga canna di bambù tutti i vestiti usati per rappresentare i vari antenati e poi mette questa canna in equilibrio sulla sua testa. I figli e le figlie di migranti portano la responsabilità, ma anche il peso della storia famigliare e delle vicende del popolo a cui gli antenati sono appartenuti. I conflitti, i traumi, come le risorse e le aspettative delle generazioni passate, oltre alle forme dei rapporti sociali che definisce l’esperienza migratoria, entrano nel percorso di crescita delle nuove generazioni nate dall’immigrazione e impattano sulla loro vita, spesso in modo inconsapevole. A meno che ciascuno/a di essi/e non intraprenda un lavoro personale di ricostruzione della memoria storica e di consapevolezza, come per Yang, che è poi riuscito a restituirci tutto questo grazie al linguaggio teatrale, con un risultato pregevole.

Massimo Modesti

* Il saggio a cui faccio riferimento è contenuto nel libro Dalle parole ai fatti. Il linguaggio fra immaginario e agire sociale (a cura di Vanessa Maher, Rosenberg & Sellier, 2014).