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Vite ferite e cura del lutto nel film “La prima neve”

Dany e Michele in una scena del film "La prima neve" di Andrea Segre.

Dany e Michele in una scena del film “La prima neve” di Andrea Segre.

La prima volta che ho guardato il trailer di “La prima neve” (2013) di Andrea Segre, le mia guance si sono improvvisamente rigate di lacrime. Un minuto e mezzo è bastato perché quel film penetrasse fin dentro il cuore delle mie ferite profonde. Dopo averlo visto, ho trascorso una serata e una nottata tormentate: l’intensità delle storie che porta in scena Segre è stata tale da far riemergere la mia storia di sofferenza, quella legata alla morte di mia madre. La mancanza è il sentimento dominante di tutta l’opera cinematografica, insieme alla rabbia. Il regista intreccia storie apparentemente lontane, quella di Dany – togolese giunto in Italia con richiesta di asilo politico – e quella di Michele, ragazzino che vive col nonno e la mamma nella Valle dei Mocheni in Trentino. L’incontro di queste due vite diventa un’occasione di cura delle ferite del lutto per entrambi: il primo ha perso la moglie, ammalatasi durante la traversata del Mediterraneo e morta in Italia dopo aver dato alla luce la loro prima figlia, e il secondo il padre, alpinista, rimasto bloccato sotto una slavina.
Sono numerosi i pregi di questo film: dalla scelta del pluralismo delle lingue all’ottima fotografia, dalla cura dei dialoghi all’interpretazione incantevole dell’attore ragazzino, dall’incrocio di sguardi ricchi di stereotipi alla descrizione della vita delle popolazioni montane. Vari temi lascio sullo sfondo in queste mie riflessioni e vado dritto al cuore del tema che ha colpito le mie emozioni.
Ha riecheggiato per molto tempo nelle mie orecchie – e tutt’ora riecheggia – la frase che nonno Pietro dice a Dany e che diventa in qualche modo il sigillo del loro rapporto: “Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme”. Il miele e il legno, ma anche Dany e sua figlia. E sono spinto a pensare che l’odore delle ferite, della mancanza e della rabbia in qualche modo unisse anche Dany e Michele. Il loro stare insieme andando per i boschi a raccogliere la resina e i rami secchi per il nonno si fa percorso “terapeutico”. La loro amicizia diventa cura per le loro ferite e l’atto finale, in cui Michele chiede a Dany di accompagnarlo nel luogo in cui il padre è morto, chiude in qualche modo il cerchio e la rabbia cha accompagnava entrambi si stempera nella tenerezza. Michele è il bambino ferito e arrabbiato che è dentro Dany e quest’ultimo gli offre in qualche modo uno specchio in cui vedere le sue paure senza che queste invadano ogni notte il suo sonno con incubi spaventosi. Il “setting” della montagna permette ai due di ascoltare se stessi e di ascoltare il mondo: solo chi ha fatto questa esperienza può sapere quanto la vita in montagna stimoli la nostra parte riflessiva e il contatto col nostro corpo e le nostre emozioni.
Ciascuno di noi ferito dal lutto e dalla mancanza vorrebbe trovare nella propria vita un Dany o un Michele col quale costruire un percorso di cura. Probabilmente le occasioni non ci mancano, ma spesso non sappiamo ascoltare i nostri bisogni e il mondo che ci circonda. Magari rifuggiamo proprio quelle relazioni che potrebbero esserci d’aiuto: perché aprono le nostre ferite, perché ci fanno sentire minacciati e vulnerabili o per qualsiasi altro motivo valido. Oltre i percorsi offerti dai professionisti dell’ascolto e della cura, c’è l’energia del cosmo che ci fa incontrare con chi rispecchia e contiene i nostri drammi. E magari può fare un pezzo di strada insieme a noi, proprio come per Dany e Michele nel film di Andrea Segre.

Massimo Modesti

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