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Dalle Filippine all’Italia, forbici in mano: il salone di Bryan e Jhen

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Tre anni fa fui invitato ad un concorso di bellezza filippino. Ero arrivato da poco a Milano e non sapevo che tra i filippini questi concorsi fossero tanto importanti, anche in Italia. Durante la lunga attesa per l’inizio dello spettacolo mi venne consegnato un biglietto da visita: si trattava di un parrucchiere che lavorava nel backstage, Bryan Luntanyao. Sono passati tre anni e da allora sono sempre andato da lui. Nel frattempo è anche diventato padre e in via Cenisio 37 ha aperto un nuovo negozio dove lavora con la sua compagna Jhen. Gli ho voluto fare qualche domanda per conoscere meglio la sua carriera.

Quando hai iniziato la tua attività?

Sono nato da una famiglia povera a Cagayan de Oro, sulla costa nord dell’isola più meridionale delle Filippine. Sapevo che non sarei riuscito a fare l’università, così pensavo che avrei lavorato come tassista o barbiere. A 21 anni per alcuni mesi ho fatto il barbiere poi ho capito che un parrucchiere guadagna il triplo: io prendevo dai 150 ai 300 al giorno mentre loro dai 1000 ai 3000 pesos. Ho lavorato alle dipendenze di parrucchiere per cinque mesi, ma guadagnavo poco. Poi sono andato a lavorare nel salone più famoso delle Filippine: David Salon.

Quali sono stati i tuoi maestri e ispiratori?

A 17 anni ho conosciuto un parrucchiere gay che mi ha insegnato un tipo di taglio maschile, ma già a 11 anni tagliavo i capelli ai miei amici. Dopo la scuola media ho lavorato nei fast food, ma era molto stancante: non volevo farlo per tutta la vita. Quindi sono ritornato a pensare alla carriera di parrucchiere.

E quando sei venuto in Italia?

A 25 anni mi sono trasferito a Milano. Molti mi dicevano che non sarei riuscito a fare il parrucchiere in Italia, che non funzionava e che avrei dovuto lavorare come domestico. Invece ho dimostrato che non è vero. Ho lavorato in vari saloni italiani, poi a casa e infine ho aperto in via Cenisio.

Lo affianca la sua compagna Jhenz che mi racconta: “Ho iniziato due anni fa a lavorare con lui e all’inizio non sapevo nulla. Ho imparato guardandolo e chiedendo consiglio. Mi trovo bene con lui chiaramente perché ci basta uno sguardo per capirci, ci conosciamo bene”.

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Ne approfitto per fare qualche domanda anche ai suoi clienti e chiedo loro perché vengono da Bryan. Sono tutti filippini di prima o seconda generazione, ma vengono anche italiani come me di tanto in tanto.

Menchie: “Lo conosciamo da tanti anni. Abbiamo fiducia in lui e poi è bravo. Veniamo tutti e tre insieme di solito, io e i miei figli”.

Liam: “Vengo qui perché devo seguire mia mamma (ma ti piace Bryan? che cosa ti piace del suo lavoro?) Mi piace come mi taglia i capelli”.

Ethel: “He knows the Filipino style, he knows the kind of hair we have. So we don’t need to explain to the hairdresser. If we go to an Italian hairdresser, we could be disappointed of the result. So I feel more comfortable with him. He is also friend of my daughter”.

Myla: “We understand each other because we speak the same language. I work close to his saloon and I pass here when I go back home”.

Helma: “Vengo a fare taglio e colore. Il prodotto è buono perché non ha ammoniaca”.

Stephanie: “È bravo coi tagli e anche con la stiratura. Lavoro qui vicina e passo di qui per tornare a casa. Vivo a Lambrate. Sono amica di sua moglie e prima andavo a casa loro a tagliare i capelli. Ci conosciamo da circa da quattro anni”.

Ian: “Ci siamo trovati bene perché conosce tutti i tipi di capelli. Solo guardando il viso capisce quale taglio ti sta bene. Per esempio io ho 45 anni e dopo il suo taglio sembro averne 25! Io vengo da San Donato apposta per tagliarmi i capelli da lui. Ne abbiamo provati tanti. Vengo da lui prima di tutto perché ha i titoli per esercitare e poi perché mi piace come taglia. E soprattutto ha l’appoggio della signora: senza la sua compagna non sarebbe nessuno. Come si dice, dietro ad ogni uomo di successo c’e una donna”.

Doris: “Sono andato da parrucchieri cinesi e italiani, ma non sono rimasta soddisfatta. Non seguono quello che dico, fanno quello che vogliono. Ed è anche difficile spiegare come voglio i capelli. Bryan mi piace perché è tranquillo mentre trovo lo stile cinese un po’ nervoso. Vado da lui da circa un anno. L’ho conosciuto tramite un amico grazie al passaparola”.

Ciò che mi ha sempre impressionato del lavoro di Bryan è la cura dei dettagli e la sua pazienza. Il suo è un taglio accurato e lui non bada al tempo: la passione per il suo lavoro si vede anche da questo. Inoltre nel suo salone il clima è vivace e le risate non mancano mai. Ci ritorno sempre volentieri e ne esco sempre soddisfatto. Con Bryan massima qualità al giusto prezzo. Provatelo!

Massimo Modesti

Pagina Facebook di BryJhen Salon
Contatto telefonico: 327 3495691

L’invasione degli arabi in farmacia: fra immaginari mediatici e “nuovi” mercati

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Dopo la pubblicazione del saggio contenuto nel libro “Dalle parole ai fatti”, torno su un tema a me caro: quello del linguaggio di uso comune e delle metafore.

Ieri sono andato nella farmacia di zona a fare acquisti. Avvicinatomi al banco, mi sono accorto di una novità. Sugli scaffali, la tipologia dei farmaci era segnalata in tre lingue: italiano, inglese e arabo. Inizialmente non mi ero accorto dell’inglese: ero stato immediatamente attirato dall’arabo. Incuriosito da questo particolare – mai osservato sino ad ora – dopo aver ordinato i medicinali, ho chiesto al farmacista che mi stava servendo: “Sono nuovi questi cartellini in varie lingue?”. Mi risponde affermativamente e, come mio solito, seguendo un tipico circuito euristico da ricercatore, gli chiedo se si tratta di una loro iniziativa. Mi dice che sono stati forniti da una casa farmaceutica. A quel punto rifletto a voce alta: “Quindi sono un prodotto standard. Pensavo che fossero stati realizzati in base ad un ragionamento sulle presenze linguistiche maggioritarie su questo territorio”. Lui a quel punto esclama: “Ormai siamo invasi dagli arabi!”. Ed io di seguito: “Mi risulta che ci siano anche altre comunità linguistiche numerose a Milano…”.

Non avevo le statistiche in testa e qualche dubbio rimaneva. Ero ben intenzionato, quindi, a verificare i numeri una volta giunto a casa. Al di là di questo aspetto, tuttavia, mi aveva colpito l’espressione usata dal farmacista: “Siamo invasi dagli arabi”. Una volta in più – con grande avvilimento – trovavo conferma che senso comune dominante e linguaggio mediatico riuscivano a penetrare nella testa di tutti i ceti sociali indipendentemente dal livello di istruzione e dalla professione.

Parlare di invasione significa evocare un immaginario militare che in Italia è stato propagandato soprattutto dalla Lega Nord e dai partiti o movimenti di estrema destra. Evoca un fenomeno di abuso e di irruzione violenta in un territorio sovrano da parte di qualcuno che vuole intenzionalmente occuparlo e imporre un proprio ordine politico. D’altra parte, riferirsi alle popolazioni di lingua araba con l’appellativo “arabi” è un errore che comunemente sento fare da molti italo-italiani. Il corollario di questa espressione è che tutti gli arabi sono musulmani e quindi l’invasione araba sarebbe in realtà un’invasione musulmana anzi, islamica. Fosse stata usata anche in modo ironico, l’espressione “invasione degli arabi” resta comunque un buon motivo per pensare che siamo in guerra (di religione?). Il tutto a dispetto dei cartellini multilingue che a ben vedere sono, al contrario, un segnale di benvenuto.

Sono andato a verificare le statistiche. A Milano (statistiche comunali al 31.12.2013) le prime tre comunità migranti sono: filippina (15,4%), egiziana (14%) e cinese (9,5%). Tuttavia, se consideriamo anche quella marocchina (3,3%), la comunità di lingua araba finisce per essere in testa. Quindi i cartellini della farmacia hanno una loro giustificazione, ammesso che tutti i parlanti di lingua araba sappiano anche leggere l’arabo. Quest’ultimo particolare, tuttavia, è irrilevante se l’esito di questa operazione è comunque di far sentire “a casa” la persona di origine immigrata, anche nelle sua specificità linguistica.

Ho trovato, invece, meno giustificabile l’utilizzo di un linguaggio metaforico ed evocativo improprio da parte del farmacista. Il quale aveva ben chiaro chi aveva davanti: un giovane uomo italo-italiano e italofono di discendenza italiana con cui l’intesa tacita su questa espressione poteva essere automatica (lo avrebbe mai detto con uno straniero?). Considerate le cose come sono andate, mi viene da pensare che in quanto a plurilinguismo le case farmaceutiche siano più lungimiranti dei farmacisti, sebbene questi abbiano un’interazione quotidiana con clienti di origine immigrata e, quindi, conoscano la tipologia di acquisti che effettuano (esiste una interessante ricerca sul tema).

L’immaginario xenofobico resiste e continua ad essere diffuso nel linguaggio quotidiano. Spezzare questa catena, che si riverbera a vari livelli da quello quotidiano a quello istituzionale, non è facile. Basti pensare a come il linguaggio razzista stia assumendo connotati ordinari nella nostra bella Italia (il terzo libro bianco sul razzismo di Lunaria ne fa un’analisi lucida).

Il mercato spesso arriva prima: con buona pace dei leghisti e delle istituzioni latitanti.

Massimo Modesti

Una formazione efficace crea connessioni e consapevolezza

connessioniTra gli operatori che lavorano nell’ambito delle relazioni di aiuto o educative-didattiche esiste una giustificata perplessità nei confronti di una formazione che mira semplicemente a trasferire dei modelli di lavoro o che propone soluzioni preconfezionate ai problemi che si affrontano nella quotidianità lavorativa. Talvolta essa è solamente un riflesso della resistenza al cambiamento, ma per chi fa formazione rimane una provocazione da prendere in seria considerazione
Quando iniziai a fare formazione una quindicina di anni fa, proponevo proprio questo tipo di approccio formativo. La svolta giunse quando, durante il dottorato, rivoluzionai il mio atteggiamento nei confronti della realtà, non solo quella sui cui facevo ricerca e in cui lavoravo, ma anche nei confronti di me stesso. Smisi di pensare che il mio compito fosse di insegnare o di trasferire conoscenze e, quindi,  di sentirmi necessariamente “più” (più competente, più esperto, più aggiornato) rispetto ai/alle corsisti/e. Scoprii inoltre che, nella mia attività di ricerca e formazione, potevo imparare molto dagli altri. Questo passaggio fu fondamentale sia in termini di efficacia delle mie proposte, sia in termini di soddisfazione nel mio lavoro.
Oggi, quando faccio formazione, parto dal presupposto che i professionisti che incontro ne sanno ben più di me dei settori specifici in cui lavorano: delle problematiche che affrontano, delle persone cui prestano aiuto, delle pratiche che agiscono e dei contesti in cui si muovono. Si tratta di professionisti e quindi di persone che hanno fatto un percorso di studi e che si tengono aggiornati sulle conoscenze utili allo sviluppo e al progresso della loro attività lavorativa. Quindi la mia priorità non è certamente quella di trasferire delle conoscenze o delle nozioni – cioè di fare lezione – e neppure quella di dare loro delle soluzioni o dei consigli. Spesso, se sono educatori o educatrici, possiedono un’esperienza che può avere molti punti in comune con la mia, ma è certamente unica e specifica. Altre volte, invece, quando si tratta di altri professionisti (assistenti sociali, medici e altri operatori sanitari, manager e operatori del mondo del business), le competenze tecniche possono essere del tutto aliene rispetto alle mie.
A partire da queste considerazioni, la mia priorità nell’offrire formazione è quella di sollecitare i/le partecipanti a connettere la propria esperienza con il pensiero ovvero di aiutarli a trovare le parole più appropriate per comunicare la loro esperienza e per organizzare i saperi che hanno acquisito mediante l’esercizio del loro lavoro. Le pratiche sono intrise di pensiero, ma i pensieri poi si perdono e non sempre vengono registrati nella quotidianità  e la memoria di queste argomentazioni e riflessioni si perde se non trova modi e tempi per essere riorganizzata e fissata in una qualche forma. Quando affronto, dunque, il mio compito di formatore seguo questa traiettoria: faccio in modo che dall’esperienza di ciascuno/a – dalla narrazione di eventi, percorsi, attività, aneddoti – emergano i saperi che ciascuno ha guadagnato e, di conseguenza, vengano riqualificati e condivisi in una situazione di gruppo. A questo punto lo scambio e il confronto possono anche fornire utili soluzioni per chi è alla ricerca di modalità nuove per affrontare le sfide quotidiane del lavoro: nei gruppi formativi è proprio questo uno dei risvolti virtuosi, ovvero ciascuno può mutuare dall’esperienza altrui insight preziosi.
Il setting formativo che propongo è caratterizzato da una dimensione di scambio dove io fornisco certamente conoscenze nate dalla mia esperienza e dalle mie conoscenze (acquisite nel lavoro educativo, di ricerca e nello studio), ma soprattutto metto a disposizione dei e delle partecipanti il mio know-how metodologico ovvero i metodi e le strategie che permettono loro di avviare un processo di elaborazione dell’esperienza e di trasformazione dell’esperienza in sapere condiviso e, quindi, messo a disposizione di tutti/e. Dalla consapevolezza dei saperi acquisiti mediante l’esperienza avviene una trasformazione nel modo di guardare e di affrontare la realtà lavorativa. Spesso, tra l’altro, si scopre di avere già pronte alcune “soluzioni” o strategie: basta connettere i vari piani coinvolti nel lavoro e prenderne consapevolezza. Così la formazione cosiddetta “in servizio” acquisisce senso e pregnanza sia per chi la riceve che per chi la offre.

Massimo Modesti

Parlare per esperienza e non per ideologie: la vera sfida all’omo-transfobia

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In occasione delle giornata mondiale contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, mi preme esprimere qualche pensiero che nasce dalla mia esperienza personale. In particolare vorrei condividere con i lettori e le lettrici una riflessione e un auspicio. La riflessione riguarda la lotta ideologica che si è da qualche tempo accesa intorno alla visibilità e all’affermazione pubblica e politica delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e intersessuali in Italia. Mi riferisco in particolar modo alla battaglia delle cosiddette “sentinelle in piedi” e di quanti, sulla scia di queste proteste, ne condividono i presupposti e i principi oltre che le ragioni. Come il fenomeno della Lega Nord si è nutrito della minaccia migratoria per ingrossare le sue fila – e della paura del multiculturalismo, del pluralismo e della globalizzazione – anche il nuovo movimento avverso alla visibilità e ai diritti delle persone LGBT fa leva sulla rappresentazione di un’ondata minacciosa che invade la società e in particolare la scuola, macchiando l’innocenza dei bambini e degli adolescenti finora (secondo costoro) cresciuti all’oscuro della realtà delle differenze di identità di genere e di orientamento sessuale. Il monoculturalismo come l’eterosessismo rappresenta una fonte di sicurezza e funziona in modo analogo a livello psichico. Forse la vera differenza, rispetto al fenomeno della Lega Nord e dei gruppi di estrema destra neo-nazisti, sta nella questione delle “libertà di opinione” che sarebbe limitata da un’eventuale affermazione dei diritti LGBT: privati della libertà di cosa?
Il mio percorso umano e professionale come pedagogista e ricercatore è stato un percorso di progressivo e faticoso radicamento nell’esperienza: dai principi e dai modelli astratti desunti da un modo “giusto” di vedere e concepire la realtà e l’educazione allo sforzo di ascoltare l’esperienza ed eventualmente di interrogarla a partire da punti di vista “altri”. Per comprenderla meglio, per vedere se posso imparare qualcosa, se posso crescere grazie ad essa. Quanta fatica però ho dovuto fare per perdere le mie sicurezze, per mettere i piedi per terra e ritrovare dei punti di riferimento in qualcosa di nuovo e di diverso da modelli e principi precostituiti.
Non vorrei che l’attuale confronto tra le posizioni dei gruppi anti-LGBT e i diritti LGBT assumesse i contorni di una battaglia, di uno scontro ideologico: è fuorviante incorniciare e rappresentare ciò che sta accadendo come il confronto tra due ideologie. Dietro ai percorsi dei diritti LGBT ci sono esperienze personali spesso sconosciute, molte simili e altre differenti: talvolta di fatica e di sofferenza, legate proprio a quel particolare di non poter amare ed esprimere apertamente la propria identità e le proprie preferenze affettive e sessuali; talaltra più serene e rese più facili da ambienti già sensibilizzati a questi temi. Sono queste esperienze che vanno valorizzate e fatte conoscere. Storie ed esperienze contro ideologie: un confronto che non regge. Certo, anche dietro alle persone che esprimono posizioni omotransfobe ci sono esperienze e storie: magari di analoga sensazione di essere “sbagliati” in qualche aspetto della propria identità, di non essere adeguatamente ascoltati e valorizzati. Tuttavia scavare dentro se stessi e dentro a queste sofferenze non è mai facile: meglio difendersi grazie ad un apparato ideologico che sostiene le nostre fragili certezze e lottare per difenderlo. Oggi che la presenza omosessuale e transessuale è divenuta più comune nella vita quotidiana, mi sembra che la sensazione di doversi difendere da una “normalità differente” sia avvertita come più urgente.
Il cartello delle associazioni milanesi oggi ha scelto di intitolare il flash-mob in occasione di questa giornata “L’omo-transfobia è al capolinea”, mettendo in scena una originale performance che si svolge lungo le linee della metropolitana cittadina. Personalmente non credo che l’omo-transfobia sia al capolinea, come dice lo slogan: anzi, in questo momento in Italia, si stanno esacerbando gli animi nei confronti delle persone LGBT da parte dei gruppi avversi ai loro/nostri diritti. Penso che ad essere al capolinea siano però le ragioni dell’omotransfobia: per quanto ideologicamente radicate, non hanno fondamento se non nella paura appunto e nella sensazione di essere spostati da una centralità e da sicurezze che il binarismo di genere e l’eterosessismo hanno da sempre fornito come punti di riferimento. Proprio per le ragioni esposte, accolgo con vero piacere la campagna che oggi Arcigay nazionale ha lanciato. Si intitola “Conta su di me” e chiede alle persone non-LGBT (comunemente dette eterosessuali) di allearsi alla causa LGBT, di venire alla luce e di spendersi apertamente per i diritti LGBT. La trovo strategicamente azzeccata e non solo: dà la possibilità anche alle persone che non si riconoscono gay/lesbiche/bisessuali/transgender di dire qualcosa dell’esperienza di essere LGBT e di affermare il diritto all’espressione piena della propria identità. Questa è la strada più promettente per l’avanzamento della causa perché la libertà di amare e di essere se stessi è qualcosa che non fa bene solo a gay, lesbiche, bisessuali e transgender, ma ha risvolti positivi per tutti e tutte.

Massimo Modesti

Pensieri minimi twittati nell’anno 2013

Verso la fine del 2013, dopo essermi spostato da Illasi (Verona) a Milano, ho deciso di aprire un account Twitter. L’ho fatto per due motivi: per creare circolarità con il mio sito/blog e la mia pagina FB nel dare diffusione a notizie e ad articoli; per condividere con un pubblico più ampio brevi pensieri tratti dalla mia esperienza quotidiana. Ho deciso di raccoglierli e di pubblicarli in un unico spazio.

Loch Lomond (Scotland). Foto: Massimo Modesti

Loch Lomond (Scotland). Foto: Massimo Modesti

1) Sempre più convinto che la vulgata psicologica contribuisca a diffondere miti che non ci fanno bene e che bloccano la crescita personale.

2) I nostri ‪sogni‬ sono preziosi. Non tutti, solo quelli che ‪Tobie Nathan‬ chiama visioni oniriche. Sono avvertimenti, rivelazioni, ammonimenti.

3) Da qualunque punto di vista le si guardi, quelle che si pretende essere verità sociali sono solo credenze e luoghi comuni.

4) La cioccolata è sempre un ottimo rimedio per i cuori infranti.

5) Il bisogno di essere ascoltati è così pervasivo nel mondo post-industriale da essere considerato una vera e propria emergenza umanitaria.

6) La gratitudine – quella sincera e cordiale – é merce rara e preziosa e non riesco a farne a meno. Sia nel renderla che nel desiderarla.

7) Ah le città cosmopolite! Essere immerso in una pluralità di ‪lingue‬ diverse ovunque mi trovi. Il ‪mondo‬ intorno a me: amo questa sensazione.

8) Ci mancano dei riti collettivi per celebrare ed elaborare le rotture affettive e sentimentali. Ci sto lavorando.

9) L’autocontrollo ossessivo della propria immagine da parte di molti maschi gay non è solo un fenomeno di moda. Cosa c’è sotto? Va esplorato.

10) Chi ha il coraggio di vederci piangere? Spesso neppure gli amici. Così finiamo per farlo soli o dal terapeuta.

11) Se solo avessimo il coraggio di comunicare – magari non in chat! – quando i rapporti vanno in crisi, ci risparmieremmo inutili sofferenze.

12) Gli incidenti critici fanno verità nelle relazioni umane e smontano le fantasie che ci siamo fatti sull’altro. In questo sta il loro pregio.

13) Vorrei che la mia scienza fosse un po’ arte e la mia arte un po’ scienza. Ci riuscirò mai?

14) Viaggiare è cambiare prospettiva. È spostare lo sguardo su ciò che si è lasciato a casa, su ciò che si è lasciato alle spalle.

15) Quando le cose non vanno come avevo pianificato, previsto o desiderato, mi chiedo sempre cosa abbia in serbo il destino per me.

16) Ancora mi sorprende quanto un sogno riesca a segnare l’umore di una giornata.

17) Chi ha subito un’educazione morale rigida, spesso giudica se stesso e gli altri in modo pesante e fatica a perdonare.

18) Le mie paure travestite da razionalità boicottano le cose belle e deviano le energie positive. Benvenuto 2014!

19) 2014 Via i rancori: sono energie sprecate.

20) Proposito per il nuovo anno: meno chat e più telefonate o conversazioni in presenza.

Il principe azzurro è gay? Fenomenologia di una figura controversa

il-principe-del-film-biancaneve-e-i-sette-nani-1937-140178Le fiabe fissano i nostri archetipi e raccolgono – secondo il linguaggio psicologico – insieme alle nostre paure più grandi, le più comuni proiezioni o più semplicemente le nostre fantasie, le nostre aspettative. Sono aspettative che nella realtà vengono deluse quotidianamente e non certo per incidenti di percorso. Gli eventi infrangono le storie d’amore che ci hanno fatto sognare o, quantomeno, spezzano l’incantesimo in cui eravamo immersi.
Una delle fantasie più comuni tra donne eterosessuali e maschi gay è quella del principe azzurro. Si presenta esattamente come quello delle fiabe: senza preavviso, magari per tirarci fuori da qualche guaio o dalle nostre tristezze, ha il sorriso stampato in faccia e occhi solo per noi, non si scompone di fronte alle nostre angosce, è protettivo, tenero e coraggioso, pronto a rassicurarci nei momenti di difficoltà, sempre disponibile a starci vicino, non mostra le sue debolezze e le sue paure, non ha cadute di stile e non dice parole fuori posto. Riassume, quindi, l’insieme delle nostre fantasie di perfezione o, per meglio dire, le nostre aspettative di accoglienza e amore incondizionati e assoluti. A chi non è capitato di innamorarsi a prima vista e di vedere in quell’uomo o ragazzo che fosse l’immagine del principe azzurro? La sensazione di essere arrivati in un porto sicuro o in una dimensione magicamente estranea alle tribolazioni della vita, anche quelle amorose. La speranza di essere le uniche e gli unici su cui ha messo gli occhi e la speranza di vedere riscattate tante delusioni subite a causa di altri uomini che hanno tradito la nostra fiducia, si sono presi gioco di noi o semplicemente hanno fatto errori che non ci aspettavamo.
Molti e molte ancora si chiedono se esista il principe azzurro. Soprattutto, dopo aver sperato invano di trovarlo nei vari uomini di cui si sono innamorati/e o invaghiti/e e essersi ricreduti/e alla prima occasione.
Da utente di siti web per maschi gay/bisessuali, ho raccolto nel tempo una casistica ampia di “stati” dei vari iscritti in cui è citato questo fantomatico principe. Soprattutto in termini dinamici mi è capitato di sperimentare la presenza del “fantasma del principe azzurro” nelle conversazioni a distanza in cui sono stato coinvolto. L’idea che possa arrivare qualcuno a “salvarci” da una catena di delusioni amorose e/o affettive è sotto le righe di molte conversazioni: soprattutto quando le attese sono state infrante e ci troviamo in una situazione di prostrazione. Anche la semplice ricerca di socialità in questi luoghi virtuali è esposta ad una serie potente di proiezioni. Molti di noi scrivono per uscire dalla solitudine oppure con la speranza di trovare qualcuno che ci tratti come pensiamo di meritare: con dolcezza, rispetto, amorevolezza, dedicandoci l’ascolto e l’attenzione di cui sentiamo il bisogno. Invece, ci capita inevitabilmente di imbatterci in chi, come noi, è giù di morale, oppure arrabbiato e ferito, concentrato sul proprio dolore o, infine, alla ricerca di un rispecchiamento narcisistico.
Ce lo diciamo spesso: “non bisogna farsi aspettative”, “più grandi sono le aspettative, più pesanti le delusioni”. Non farsi aspettative è pressoché impossibile, gestire le proprie proiezioni forse è realisticamente più semplice e il counseling può insegnare molto a tal riguardo. Come a dire che tra la ricerca del principe azzurro e uno stato di rinuncia definitiva a godere della compagnia e dell’affetto altrui, c’è la consapevolezza dei propri bisogni/desideri e delle proprie fragilità o punti deboli. La centratura sulle nostre emozioni, la capacità di riconoscerle e di darvi un nome senza evitarle o buttarle addosso al primo o alla prima che capita a tiro, è un punto fondamentale della nostra crescita personale. Così da non rinunciare a vedere nelle possibilità di socialità e di compagnia che abbiamo una risorsa importante, al di là delle aspettative di riempimento delle nostre carenze affettive o di salvezza dalla nostra condizione di prostrazione. Una volta archiviata la figura del “principe azzurro”, siamo pronti e pronte a scoprire il “piccolo principe” (o principessa) sepolto/a dentro di noi e a desiderare una dimensione di relazione differente e nuova.

Massimo Modesti

Diventare italiani: gruppo dominante, sospetto e (piccole) prepotenze quotidiane

Immagine tratta dal sito cinaffari.com

Immagine tratta dal sito cinaffari.com

La narrazione che segue e le relative riflessioni riguardano un evento decisamente nuovo nella mia esperienza di cittadino impegnato nel lavoro educativo e di studioso dei fenomeni sociali.
Venerdì scorso avevo appuntamento con un amico di origine cinese ad un supermercato a Vicenza per fare la spesa prima di cenare insieme. Aveva appena trovato alloggio in città ed era la prima volta che facevo visita alla sua nuova dimora.
Una volta giunti alla cassa, la cassiera – una giovane donna di origine straniera a giudicare dai tratti somatici e dall’accento – vede che il mio amico ha acquistato della birra e gli chiede la carta d’identità. Lui sorpreso, ma senza esitazione, estrae il documento sorridendo e dice: “Mamma mia. Sembro così giovane!?”. Io invece ho una reazione quale mai prima d’ora ho avuto e le dico, prima ancora che lui le porga la carta d’identità (ha 26 anni): “È maggiorenne. È proprio necessario? Non le viene in mente quando a lei chiedono il permesso di soggiorno oppure l’abbonamento dell’autobus solo perché è straniera?”. E lei prontamente replica: “Sono cittadina italiana”. Non ricordo quali argomentazioni ho portato sempre con rispetto, ma in uno stato visibilmente alterato, e lei per fare ironia ha proseguito: “Che esagerato. Dovrebbe essere contento che dimostra meno anni di quelli che ha”. E io ho pensato “stronza!”. Me ne sono andato senza salutare. Mi sono scusato con il mio amico per la reazione avuta, cosa che d’altro canto ha apprezzato.
Una volta a casa mi dice: “Non capisco perché questo atteggiamento di razzismo (così lo ha definito!). Tra l’altro non è la prima volta che mi vede. Io una volta ero infastidito quando mi chiedevano i documenti, oggi semplicemente li mostro per non sollevare problemi”. Ed io mi sono chiesto: perché dover subire e arrendersi alla prepotenza dei piccoli funzionari che invece dell’intelligenza sfruttano il potere che gli concede la loro posizione? Credo che tutti conoscano il celebre film di Mathieu Kassovitz “L’odio” (1995) che porta in scena proprio questa dinamica di sospetto continuo nei confronti di chi dal soma viene identificato come straniero (e in quel caso delinquente e pericoloso), nonostante magari sia nato sul posto.
Avrei voluto essere più efficace nella comunicazione con la giovane donna, ma la rabbia del momento non mi ha permesso di essere lucido. Una serie di riflessioni, quindi, sono sopraggiunte successivamente e le ho condivise con il mio amico. In particolare mi è saltato all’occhio proprio il fatto che lei, una volta passata dalla parte “del giusto”, “del potere”, “del gruppo dominante” (“sono cittadina italiana” ci ha tenuto a precisare), si è dimenticata di tutte le prepotenze che ha dovuto subire da parte dei “tutori della legge e del buon costume” (oppure non le hai mai subite?).
Le dinamiche di controllo e di oppressione si riproducono continuamente se non vengono rielaborate e trasformate. Anche chi ne è stato vittima ne è capace (la vittima che diventa carnefice). Quotidianamente gli stranieri e i figli di stranieri in Italia devono mandar giù rabbia e frustrazione per questi atteggiamenti di banalità del male. In un caso è il sospetto sull’etnicità, ma può essere anche una discriminazione basata sull’età anagrafica dichiarata. Il problema è sempre il sospetto. Ti dico che sono maggiorenne, prendi per buona la mia dichiarazione. Anche se sono cinese.
Se diventare italiano significa diventare prepotente, credo che dovremmo farci qualche domanda. Sull’essere italiani, sull’atteggiamento delle istituzioni, sulle nostre leggi e sulle tutele che dovrebbero dare a chi, di fronte ad una richiesta di documenti senza piena giustificazione, si sente umiliato e non può rifiutare senza incorrere in ritorsioni di chi fa sfrutta il proprio ruolo per esercitare un piccolo potere anche personale.

Massimo Modesti

Donne e sacre scritture: riflessioni ispirate al pensiero di un’amica

donna-utero-in-croce-4bcd6aa0d4b7dIl giorno della festa della donna una cara amica marocchina mi ha mandato un augurio da estendere a mia sorella e ad un’amica comune. Nel messaggio era scritto: “Incrociamo le dita per un mondo senza testi sacri”. In varie occasioni avevo discusso animatamente con lei sul ruolo dei testi sacri nella vita delle persone e la sua posizione è sempre stata radicale: non è questione di interpretazione, si tratta di togliere le parole che sono e sono state motivo di oppressione per la vita delle persone, in particolar modo delle donne. “Dobbiamo affermare che Dio non ha detto quelle parole”.
La mia amica viene da una giovinezza in prima linea nell’attivismo religioso islamico, durante gli anni dell’università a Rabat. Successivamente ha abbracciato posizioni femministe e ora fa la mamma quasi a tempo pieno, dopo anni di lavoro intenso come insegnante di arabo e marocchino. Quando è giunta in Italia alcuni anni fa, ha iniziato a leggere i testi biblici ed è rimasta scandalizzata nel trovare alcuni passaggi in cui riscontrava analogo sessismo a quello che aveva conosciuto nei testi sacri dell’Islam. Tanto più era rimasta sorpresa per il fatto che i cattolici a messa ripetessero «Parola di Dio» al termine della lettura pubblica di alcuni passaggi delle scritture palesemente avversi alle donne e alla loro dignità.
Ho avuto un bel da fare nel sostenere che il metodo storico-critico e la scienza ermeneutica hanno fatto passi in avanti sia in ambito cristiano sia islamico. In ogni caso la sua posizione non è mutata. Non posso negare di comprendere e condividere le sue ragioni: lo statuto canonico dei testi sacri è tale da pesare sull’assetto istituzionale, sulla cultura e sull’inconscio delle persone, dei gruppi e delle organizzazioni, indipendentemente dal fatto che molte persone si ispirino a valori e miti fondativi diversi da quelli religiosi. I testi sacri conservano un potere morale importante e più di quanto si creda vincolante nelle relazioni e nella mente. Se consideriamo poi la posizione specifica dell’Italia, sede del papato e del Vaticano, possiamo confermare le dimensioni e la profondità di questo potere, che in tal caso è politico-finanziario, ma tra le masse fa leva sul sentimento religioso.
Sono ritornato a riflettere su questo tema leggendo un saggio dell’antropologo Jack Goody in cui parla di oralità, cultura popolare e canoni nel medioevo cristiano. In particolare discute la posizione di chi sostiene che le culture popolari e orali siano indistruttibili mentre quelle alte maggiormente soggette al cambio delle mode e delle occasioni. In un passaggio scrive: “Nelle società che possiedono la scrittura, il popolare è dipendente e influenzato dalla «cultura alta» o egemonica più di quanto si possa pensare, in alcuni casi in modo devastante. Ciò è evidente nei movimenti riformisti di tipo religioso. Quando la cristianità divenne dominante, in Europa si ebbe proprio questo effetto di trasformazione”. La scrittura ha contribuito sicuramente a progetti politici e religiosi egemonici. Tanto più se considerata parola di Dio e quindi sacra. La mia amica, con le sue posizioni radicali, mette il dito nella piaga: gran parte dei fedeli delle varie religioni monoteiste non è sensibile alle interpretazioni dei testi sacri e ne vive piuttosto il senso incarnato nelle pratiche e nelle strutture sociali. Tanto più se le politiche nazionali, sulle questioni morali individuali, non fanno altro che ricalcare le norme morali scritte nei catechismi e nei canoni sacri. Non ho dubbi che sia in ambito cristiano che in ambito musulmano ci siano studiosi delle scritture e teologi – ma soprattutto teologhe –  che seriamente cercano una via affinchè i messaggi dei testi sacri siano tradotti in linguaggio corrente e offrano orientamento per i credenti che vivono nell’era attuale. Tuttavia rimane l’interrogativo suscitato dalla mia amica: sarà possibile una vera liberazione per le donne e per gli “eretici” finchè il potere della scrittura sacra sarà tale e soprattutto in mano agli uomini? Quanto contano le strutture di potere nel conservare l’autorità delle scritture? Quanto conta il fatto che nell’immaginario Dio sia ancora maschio?
Nei giorni successivi all’elezione del nuovo papa della chiesa cattolica romana queste domande risuonano più che attuali.

Massimo Modesti

8 Marzo: festa della donna. L’augurio di Etty Hillesum.

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Desidero porgere i miei auguri a tutte le donne con le parole che Etty Hillesum, donna ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943, ha scritto nel suo diario il giorno 4 agosto 1941.

«Io sono un donnetta di 27 anni: anch’io mi porto dentro questo grande amore per tutta l’umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercarmi il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l’umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell’arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmettere poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l’uomo e non l’umanità.
Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po’ stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. È tipico che io voglia essere sempre desiderata dall’uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere mentre è cosa quanto mai primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose – ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l’uomo come tale ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo.
Forse la vera, sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé».

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi Edizioni, Milano 1985.

Il peso della storia sulle seconde generazioni

Immagine tratta dal sito www.minori.it

Immagine tratta dal sito http://www.minori.it

Alcuni giorni fa un collega, durante la riunione d’equipe del servizio educativo che dirigo, fece un commento che improvvisamente rianimò un tema a me caro: il ruolo delle diverse storie nazionali e politiche nella costruzione dei tratti culturali di un popolo. Le sue parole furono pronunciate al termine del racconto riferito ad una situazione difficile che stiamo gestendo come equipe, quella di due preadolescenti – fratello e sorella – che usufruiscono del nostro servizio e che hanno presentato tra l’altro gravi comportamenti di evasione scolastica. Il collega disse: “Eh, sono proprio rumeni. Sono furbi”. Un altro collega fece eco, rilanciando: “Sì, è vero: ce l’hanno nel sangue”. Che fosse questione di “vino” piuttosto che di “sangue”, come scrive Gerd Baumann, non avevo dubbi: il sociologo, nel volume L’enigma multiculturale, porta l’esempio del vino, che parte da un prodotto naturale, ma richiede una lavorazione, come metafora della cultura.
Dopo un attimo di perplessità – quando la discussione tra i colleghi stava già per infiammarsi – ebbi un insight e dissi che nelle condotte così scaltre, manipolatorie, diffidenti e menzognere dei due preadolescenti forse si esprimeva la necessità di sopravvivenza ad un ambiente percepito come ostile. E in tutto questo la trasmissione transgenerazionale poteva avere un ruolo, considerato che i loro genitori avevano vissuto parte della loro vita sotto il regime comunista. Tutti i regimi creano un clima di sospetto e di paura – che i preadolescenti non avevano certamente conosciuto, ma che subivano come trasmissione implicita di pratiche – e il loro essere scaltri poteva essere il prodotto di una trasmissione parentale del tutto implicita e inintenzionale.
A quel punto lo stesso collega, che ha un’esperienza famigliare multietnica e transnazionale, disse: “Anche i marocchini sono furbi”. E non potei fare a meno di pensare all’epoca del Marocco di Hassan II nel quale chiunque osasse esprimere un’opinione contraria a quella del re o a criticarla, veniva sequestrato dalla polizia e incarcerato senza che fossero date ai famigliari sue notizie. Ricordavo ai colleghi che c’erano emissari del re ovunque a spiare i sudditi (anche all’estero) e il mio collega aggiunse: “Anche il negoziante poteva essere un poliziotto”.
Che cosa significa portarsi addosso tutta questa storia per le famiglie immigrate? Quanto riflettiamo su questo aspetto del problema quando ci confrontiamo con questioni educative che riguardano i figli di stranieri?
Lungi dal proporre una visione essenzialità della cultura (“il sangue rumeno”), diventa necessario scavare sotto le pratiche e i discorsi anche in senso storico: non solo famigliare, ma nazionale.  In questo passato può nascondersi un’eredità pesante che questi ragazzi e ragazze portano sulle loro spalle a loro insaputa: fatta certamente di aspettative, ma anche di segreti ed eventi passati scomodi. A pesare non è tanto la storia detta, narrata e ufficiale oppure letta sui libri di scuola: è piuttosto quella non detta, tenuta nascosta, le ferite non rimarginate che continuano a sanguinare sotto un’apparente normalità.
In cosa, tuttavia, consista il potere verso il quale questi due preadolescenti fanno resistenza non sono in grado di coglierlo. Il potere delle istituzioni italiane? Nei colloqui coi ragazzi non sembra esserci consapevolezza di tutto ciò se non dalla noia che portano a giustificazione del loro evadere la scuola e i servizi educativi.
Stamattina mi sono imbattuto nella citazione di un antropologo di nome Willis che mi ha aiutato a cogliere ulteriori elementi della questione. Nell’introduzione ad un suo volume, Giddens – altro nome importante dell’antropologia – scrive: “Sottolineando l’importanza di una controcultura presso coloro che sono oggetto di manipolazione educativa (…), Willis mostra come i ragazzi, attraverso la propria personale attività ed il loro sviluppo ideologico, riproducono se stessi come classe lavoratrice. Il meccanismo è il modo in cui si oppongono all’autorità, il loro rifiuto di sottomettersi agli imperativi di un percorso scolastico che incoraggia alla mobilità sociale raggiunta mediante l’acquisizione di credenziali”.
Mi interroga questo rifiuto di entrare nel “sistema” educativo, scolastico, istituzionale e culturale che “incoraggia la mobilità sociale”. I ragazzi – e forse la loro stessa famiglia – in questo agire cercano di segnare una differenza tra “noi e loro”, in particolare rispetto ad una “classe” o “gruppo sociale” percepiti come dominanti. L’incorporazione nella nuova società – percepita come istanza di controllo quando intervengono i servizi sociali – è un processo delicato per alcune famiglie straniere e forse rischia di riproporre timori legati alle storie nazionali che hanno sottratto ai genitori la titolarità di alcune decisioni per i propri figli e la propria famiglia. Un tema da tenere in conto quando ci occupiamo di seconde generazioni e di percorsi a rischio.

Massimo Modesti