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Giovani LGBT figli/e di stranieri: a Milano la presentazione del primo studio italiano

Card convegno 2G LGBT

Giovedì 5 novembre 2015 alle ore 18.30 presso la Casa dei Diritti del Comune di Milano in via E. De Amicis, 10 verranno presentati i primi risultati della ricerca-azione “Seconde generazioni LGBT” che ha esplorato l’esperienza di 36 giovani lesbiche, gay, bisessuali e transgender figli e figlie di stranieri residenti prevalentemente a Milano, ma anche a Padova, Bergamo e Latina. Il progetto, sostenuto dalle associazioni ArciLesbica Zami Milano, Rete G2 – Seconde Generazioni e ALA Milano onlus, con il contributo finanziario dell’associazione radicale Certi Diritti, si è svolto tra giugno 2013 e settembre 2014. I risultati saranno illustrati da Massimo Modesti, Helen Ibry, Medhin Paolos e Antonia Monopoli, che hanno lavorato al progetto, e saranno arricchiti dalle testimonianze di alcuni/e partecipanti. Tra i paesi di origine di costoro vi sono: Perù, Filippine, Ecuador, Cina, Brasile, Bolivia, Vietnam, Eritrea, Kosovo, India, Colombia, Giappone e Regno Unito.

Il progetto di ricerca-azione si è articolato principalmente in incontri di gruppo – sei focus group tematici e due aperitivi – che hanno permesso di raccogliere importanti dati di esperienza dai/dalle partecipanti. Inoltre, il percorso è stato accompagnato dall’animazione di un gruppo Facebook riservato ai/alle partecipanti e da numerose occasioni di incontri informali, alcune di queste legate anche ad eventi associativi LGBT (ad esempio la parata del Pride e alcuni flashmob).

Tra le questioni emerse: il rapporto tra origine straniera e sessualità/genere nel percorso identitario, il coming out con la famiglia, gli immaginari e le parole per definire le persone omo-bi-transessuali nelle comunità etniche di riferimento, il rapporto tra fede religiosa e sessualità non eteronormative, i contesti sociali in cui si vive apertamente la propria identità omo-bi-transessuale, il confronto con i modelli estetici corporei dominanti e il ruolo delle associazioni LGBT nel percorso di crescita personale.

Il percorso di gruppo ha favorito il confronto e lo scambio tra i/le partecipanti, ha permesso ad alcuni/e di riconnettersi alla dimensione dell’etnicità e altresì di affrontare alcuni nodi critici legati al processo del coming out.

Dalla ricerca emergono importanti spunti per le associazioni di immigrati, le associazioni LGBT, le associazioni delle seconde generazioni e i servizi (scuola, consultori, centri giovanili) per avvicinarsi all’esperienza di questi adolescenti/giovani, per comprenderla ed eventualmente per avanzare o organizzare proposte e percorsi utili anche alle seconde generazioni LGBT.

Massimo Modesti

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Un’associazione di famiglie di origine peruviana promuove a Milano un corso di affettività e sessualità per figli e figlie

caporales santos

Tutto è nato da un’idea balenata mentre davo un aiuto per i preparativi del Pride milanese lo scorso anno. Un amico si occupava di contattare gruppi musicali e di danza che potessero animare la parata e pochi mesi prima avevo conosciuto un gruppo di danza “caporales” (un ballo di origine boliviana) formato prevalentemente da giovani di origine peruviana. Gli suggerii di contattarli e di invitarli: poteva essere un modo per rendere il corteo più multiculturale nelle sue espressioni artistiche e anche un’occasione per coinvolgere le associazioni di immigrati e di seconde generazioni.

Contemporaneamente mi stavo dedicando ad un progetto rivolto a giovani gay, lesbiche, bisessuali e transgender figli di immigrati. Grazie a questa esperienza, il mio proposito era quello di raggiungere i genitori e di verificare la loro sensibilità verso le tematiche dell’omosessualità e dell’identità di genere e la prima occasione mi fu offerta proprio nell’ambito della comunità peruviana. Fui invitato al consolato peruviano per un seminario dedicato alle seconde generazioni in cui, a sorpresa, mi chiesero di presentarmi: decisi di parlare del progetto rivolto alle seconde generazioni LGBT. C’erano il console, alcuni volontari di un’associazione, giovani e famiglie. Al termine del seminario, mi vennero incontro due persone, mamma e figlio, chiedendomi se ero coinvolto in Arcigay che li aveva contattati per partecipare al Pride. La donna, Maria del Rosario Montalvo, è la presidentessa della Fraternidad Artistica Caporales Santos Milano, uno dei vari gruppi di danza caporales presenti sul territorio milanese. Due anni fa si è costituita in associazione tramite l’Arci e oggi sta diventando a Milano protagonista di una interessante iniziativa nata proprio grazie a quella fortunata circostanza e all’amicizia che ne è seguita.

Già nel mio primo incontro con i gruppi di danza latinoamericani, di cui narro in un altro articolo, mi ero reso conto della loro grande potenzialità a livello formativo e sociale. Ho conosciuto altri gruppi analoghi a Milano e ho capito che su questo avevo ragione. Grazie ad un lavoro che mi era stato commissionato da un’agenzia di ricerca sociale, sono entrato a contatto coi loro responsabili e mi sono addentrato più in profondità nelle loro dinamiche interne.

In particolare ho coltivato un rapporto speciale coi Caporales Santos che, in occasione di una festa cui mi avevano invitato, mi hanno chiesto se ero disponibile ad aiutarli ad organizzare un incontro coi figli e con le figlie sulle questioni legate all’affettività e alla sessualità. Una questione in particolare preoccupava i genitori: nelle famiglie di origine latinoamericana succede che alcune ragazze adolescenti rimangano incinte con una serie di conseguenze sui loro percorsi di crescita. Per questo motivo volevano rendere figli e figlie più attrezzati nella gestione della sessualità.

Che lo chiedessero a me – che mi occupo notoriamente di omosessualità – mi è parsa una cosa curiosa e incoraggiante insieme. La richiesta mi confermava quello che avevo inteso, cioè che su queste tematiche erano disponibili e sensibili.

Ho chiesto un aiuto alla mia collega psicoterapeuta Chiara Caravà per realizzare questo percorso. Abbiamo deciso di effettuare alcuni incontri di indagine sui modelli di riferimento e sulle esperienze che appartengono a questo gruppo di adolescenti e giovani per poi strutturare una proposta formativa più articolata che possa rispondere ai loro bisogni. L’intenzione dei genitori di questa associazione è quella di estendere la proposta a tutti i gruppi di danza con cui essi sono in contatto, raggiungendo quindi un numero di giovani che si aggira intorno ai 180-200 in tutta Milano.

In un periodo in cui nella scuola pubblica italiana alcuni gruppi di pressione terrorizzano i genitori sulla possibilità che nell’educazione affettiva e sessuale dei figli si parli anche di stereotipi di genere, di omosessualità e di non conformità di genere, il fatto che un’associazione di famiglie di origine peruviana si faccia promotrice di una iniziativa formativa come questa in cui si parlerà di tutte le forme di sessualità e di affettività, è decisamente degna di nota. E merita di essere conosciuta e divulgata perchè rompe lo stereotipo secondo il quale gli immigrati siano indifferentemente più omofobi degli italiani.

La lungimiranza di questi genitori diventa una risorsa per tutta la comunità milanese dove spesso le associazioni di immigrati vengono relegate a ruoli minori o racchiuse in una cornice etnica e folcloristica. Vengono invitate alle sfilate e alle manifestazioni perché sanno creare un clima festoso ed esibiscono le “loro tradizioni”: e questo va benissimo. Tuttavia ci si dimentica che sono anche luoghi dove si promuove socialità, cultura e formazione; e dove i genitori e figli si interrogano sulle sfide del presente e danno prova di voler crescere insieme condividendo e intrecciando le proprie esperienze.

Massimo Modesti

Come una chiesa evangelica ha tentato di liberarmi dallo spirito dell’omosessualità

jesus saves

Camilo* è un giovane gay di origini colombiane in Italia da 8 anni che si è avvicinato ad una chiesa evangelica di origine latinoamericana. L’occasione gli è stata data dal suo nuovo fidanzato, che vive a qualche centinaio di chilometri di distanza, che lo ha invitato a passare qualche settimana da lui. I genitori del ragazzo sono molto devoti a questa chiesa e non accettano l’omosessualità del figlio. Camilo, invece, già da qualche anno ha rivelato ai suoi genitori di essere gay e questo non ha destato particolari problemi. Durante il periodo trascorso dal fidanzato, Camilo inizia a partecipare agli incontri della chiesa dove trova un’accoglienza accorata e piacevole.

Il giorno successivo incontra la leader della chiesa che gli chiede un colloquio privato: «Camilo, io vedo dal tuo viso che non sei felice. Se vuoi essere veramente felice, cambia strada e rinuncia all’omosessualità. Ho incontrato tanti ragazzi come te che hanno fatto una brutta fine. Dio non accetta l’omosessualità: se fai qualcosa che a Dio non piace, non ti sentirai mai bene con te stesso». Le sue parole sono così convincenti che un dubbio si insinua nella mente di Camilo: «Ho iniziato a pensare che in quanto gay a volte mi sento a disagio perché non posso vivere liberamente la mia vita amorosa. Se voglio esprimere gesti d’affetto in pubblico, penso sempre alla reazione degli altri». Nel frattempo questo avvicinamento alla chiesa lo mette in difficoltà con il fidanzato che gli riferisce di sentirlo distaccato e lontano: «Anche quando facevo all’amore con lui, non sentivo più le stesse emozioni di prima». La partecipazione alle assemblee diventa motivo di litigio nella coppia: «Non mi importava che lui fosse arrabbiato: io mi sentivo bene con me stesso». Segue un primo rito di liberazione dallo “spirito dell’omosessualità” al termine del quale la pastora gli dice di aver visto cose meravigliose per lui e che avrebbe realizzato un’idea creativa che lo avrebbe reso ricco.

Camilo ritorna a casa e riprende la vita di sempre. In cuor suo sa che non diventerà eterosessuale: non lo convince la storia dello spirito maligno. Nel frattempo la pastora si tiene in contatto con lui e lo invita a ritornare: «Camilo, devi assolutamente venire domenica perché ci sarà un rito di liberazione di massa. Non puoi mancare». Stavolta il giovane chiede di portare con sé anche la mamma e i due fratelli più giovani che vengono ospitati in un albergo di proprietà della chiesa.

Il racconto che segue è un susseguirsi di colpi di scena per i quali Camilo rimane allibito: «Domenica avevo programmato di andare a pranzo dalla famiglia del mio ragazzo insieme a mia mamma e ai miei fratelli. Durante i preparativi, vengo a sapere che la figlia della pastora ha chiamato suo padre dicendogli che non saremmo andati. Mi sono sentito braccato: come si permettevano di limitare la nostra libertà?». Da allora capisce di essere in loro potere. Nasce una tacita intesa con la mamma che decide di stare al gioco: «Camilo, chiaramente non penso davvero quello che ho detto alla pastora: non hai nessun spirito e non sarà questa chiesa a farti cambiare. Semplicemente non voglio creare problemi data la nostra situazione». La confessione della mamma lo rincuora: «Le sue parole mi hanno fatto molto piacere perché ho capito che aveva accettato completamente la mia omosessualità». Al tempo del coming out, infatti, la madre aveva manifestato qualche riserva e preoccupazione.

Il momento cruciale del weekend è la liberazione di massa. La pastora lo prepara con una serie di raccomandazioni: «Guarda che stai per fare una cosa molto seria. Se non rinunci allo spirito dell’omosessualità, riceverai sette spiriti maligni. È scritto nella Bibbia». A quel punto Camilo le dice: «Io non so pastora se diventerò etero. Fin da bambino sono consapevole di essere diverso; poi crescendo ho capito che si trattava di essere gay». Il rito inizia con un test scritto nel quale gli viene chiesto se ha guardato pornografia, praticato discipline orientali, avuto rapporti sessuali con famigliari, fumato spinelli, guardato Dragon Ball, avuto rapporti omosessuali, ecc. Una lista infinita di peccati e comportamenti a cui deve rinunciare. Seguono quattro lunghissime ore, perlopiù in piedi e ad occhi chiusi con le mani rivolte verso l’alto, di preghiera e canti ininterrotti. Alcuni si addormentano, altri svengono o entrano in una specie di trance. Il caldo è soffocante, manca l’ossigeno: «Secondo me lo fanno apposta per provocare svenimenti. E ti dicono che quando sbadigli o svieni, Dio ti ha toccato». Anche lui si addormenta per un po’.

Il giorno dopo ritorna a casa. La pastora capisce che le cose non sono andate come sperava. Cerca di mettere zizzania fra Camilo e il suo fidanzato mettendo in cattiva luce il secondo con la mamma del primo e viceversa. Un ultimo sms di Camilo comunica alla donna che pur rispettando il loro credo, desidera interrompere qualsiasi contatto con loro. Il suo fidanzato, invece, purtroppo vive tuttora sotto la pressione dei genitori e degli zii che sono succubi della chiesa.

Camilo commenta così la vicenda: «C’è un gioco psicologico assurdo, ti fanno un lavaggio del cervello. Ti attirano con il sorriso e la simpatia. Ti dicono che non sei arrivato per caso, ma che Dio ti ha condotto a loro. Per un po’ sono riusciti a convincermi. Poi ho capito che è una presa in giro. Ti dicono che sei libero di scegliere, ma poi alla fine sei obbligato a fare le cose che ti chiedono per essere accettato dalla comunità. Altrimenti non sei ben visto». Mi racconta anche una serie di dettagli che riguardano la raccolta di “offerte” e “decime” da parte dei leader della chiesa, una gestione del denaro che non lo convince per nulla e che rende i meccanismi di reclutamento ancora più sospetti.

Al di là del tentativo di conversione all’eterosessualità, c’è da domandarsi che posto abbia Dio in vicende come queste: il sentimento religioso, una misto di senso del sacro e della famiglia, la promessa di una felicità disincarnata dall’esperienza concreta con le sue difficoltà, diventano gli elementi su cui far leva per convincere a rinunciare a se stessi. Dio è la soluzione a tutto: a patto di svendere la propria intelligenza e di lasciare che altri pensino che cosa sia giusto e sbagliato, al posto tuo.

Intervista a cura di Massimo Modesti

*Il nome è stato modificato per tutelare la privacy.

“Miss Beautiful King”. Esplorazione di immaginari e identità in un concorso per transgender filippine

Binibining Gandang Hari

Binibining Gandang Hari è il titolo del concorso di bellezza ideato da Dolly Ordinario, milanese di origine filippina, che sulla scia di un’iniziativa realizzata anni addietro dalla madre, ha dato vita nel 2013 a questo evento dedicato alle ragazze transgender. Il nome (in lingua tagalog) è ispirato ad una nota attrice transessuale filippina e significa “Miss Beautiful King” (Miss Bel Re). Venni a sapere di questo concorso circa un anno fa dal mio parrucchiere di fiducia, che aveva fatto parte della giuria. Dal momento che mi interessavo ai percorsi di persone LGBT migranti e di generazioni nate dall’immigrazione, desideravo conoscere più da vicino i dettagli di questa iniziativa. Per mesi tentai invano di prendere contatto con l’organizzatrice. Poi, improvvisamente, in un giorno di fine estate, ricevetti una sua telefonata in cui mi invitava a partecipare alla riunione di preparazione dell’evento. In quell’occasione, mi raccontò la storia del concorso e alcuni particolari legati all’esperienza dello scorso anno.

La madre di Dolly, Teresita Jimenez, in Italia sin dal 1979, lanciò il concorso nel lontano 1995 con il nome di “Miss Gay”. La prima edizione – così come la seconda e ultima nell’anno successivo – si tenne precisamente in via Feltre (zona Udine M2) nel teatro di un istituto religioso, cosa curiosa se pensiamo all’odierna resistenza (e talvolta avversità) delle realtà cattoliche nei confronti delle iniziative di visibilità LGBT. Teresita aveva un ruolo importante nella comunità filippina del capoluogo lombardo: era presidente di FILCAG (Filipino Catholic Action Group), un’associazione che, tra la altre cose, ha contribuito ad aiutare molti migranti nelle pratiche burocratiche quando ancora non esisteva il consolato delle Filippine (fondato nel 1997-98).

Quest’anno il concorso si è tenuto il 14 dicembre nella sala conferenze dell’Hotel Michelangelo in zona M2-M3 Centrale. La partecipazione all’evento, il migliore concorso di bellezza cui abbia assistito finora in quanto ad organizzazione, mi ha avvicinato maggiormente al mondo delle transgender filippine e alle auto-rappresentazioni e rappresentazioni delle identità LGBT nella comunità immigrata dall’arcipelago asiatico. Da un po’ di tempo raccolgo storie e mi intrattengo in conversazioni con prime e seconde generazioni filippine: questo evento mi ha fornito qualche informazione in più sul tema e anche qualche interrogativo.

Entrambi i titoli degli eventi permettono di addentrarci nella percezione filippina dell’omosessualità e della transessualità/transgenderismo che non corrisponde alla concezione dominante presente nell’attivismo europeo e statunitense. “Gay” (bading in lingua tagalog) è una parola usata comunemente dai filippini (perlomeno nella comunità migrante presente in Italia) per definire un “uomo che si sente donna” e, di conseguenza, per tal motivo attratto da un uomo (paradigma della complementarietà dei generi). Da qui anche il titolo del primo evento “Miss gay”, peraltro mutuato da un celebre concorso di bellezza statunitense dedicato ai “female impersonator”, espressione che identifica qualcosa di affine alle drag queen e ai travestiti, ma che non corrisponde in toto né all’una né all’altra. Il “gay” comunemente usato a livello mainstream – anche qui in Italia – assume una connotazione prevalente di attrazione e orientamento sessuale (un maschio attratto da un maschio), ma non dice nulla sulla percezione del sé come identità per il quale è usato dai filippini. Analogamente il titolo “Miss Beautiful King” sottolinea il fatto che ad essere incoronato è un re (non una regina) che si presenta con l’aspetto di una “miss”, un maschio biologico che appare e si presenta come una donna, indipendentemente da cosa c’è oltre l’apparenza (un percorso di transizione piuttosto che vissuti di disforia di genere).

Durante le presentazioni iniziali, ciascuna candidata (ma sarebbe più corretto scrivere “ciascun* candidat*”) ha fornito al pubblico il suo nome di nascita (maschile) seguito da quello femminile, in alcuni casi più simile a un nome d’arte (come potrebbe essere quello usato dalle drag queen) che ad un nome proprio di persona. Le candidate dicevano: “Io sono (nome e cognome all’anagrafe), ma per voi stasera sarò (nome femminile)”. In un certo senso, questa versione dell’identità trans si avvicina maggiormente al travestitismo, al cross-dressing, lasciando in ombra la varietà dei vissuti personali che motivano un maschio biologico a “vestire panni femminili” o ad avvicinarsi ad un’immagine di sé che ritiene più consona al proprio sentire.

Forse non è un caso che sia quest’anno che lo scorso anno abbiano vinto due candidate che non hanno effettuato la transizione, neppure nella forma di una terapia ormonale: questa tipologia di transgender filippina probabilmente corrisponde in modo più preciso all’immaginario dominante presente nella comunità.

Nel concorso cui ho assistito, solo una candidata, durante la presentazione personale, ha fatto un discorso politico, parlando di diritti e di discriminazione delle persone trans, in particolare dei pregiudizi e dell’esclusione subite nel mondo del lavoro. Questa cosa mi ha colpito particolarmente. Si trattava di una candidata che sembrava aver effettuato la transizione almeno in parte e che si è guadagnata il secondo posto. Anche nel suo caso, però, le ho sentito usare un’espressione che mi ha colpito: “We homosexuals do exist!”. Questo mi ha confermato ulteriormente che la percezione identitaria e le parole usate per definire se stess* da parte delle partecipanti non corrispondono esattamente a quelle che avrei in mente io – come probabilmente molti altri/e amici/he attivisti/e e colleghi/e italo-italiani – per identificarla. Nell’ambito dell’attivismo o della comunicazione legata ai temi LGBT, nessuno in Italia chiamerebbe “omosessuale” una persona transgender, se non per indicare il tipo di orientamento sessuale che la riguarda. Per la verità neppure la mia amica transgender nata da genitori filippini e cresciuta in Italia (una cosiddetta “seconda generazione” quindi), la quale ha assimilato una visione di sé e della tematica forse più vicina alla mia.

L’attenzione verso la varietà di rappresentazioni e linguaggi connessi alle identità LGBTQ in senso transculturale è una frontiera tutta da esplorare nell’Italia contemporanea: penso sia importante contribuire a far conoscere tutto questo alla comunità scientifica, al mondo dei servizi e al grande pubblico.

Massimo Modesti

Cinese o italiano? Yang Shi e l’arte di aggiustare le crepe con cicatrici d’oro

Yang

Nella nota finale al mio saggio* sul rapporto tra linguaggi istituzionali, metafore del senso comune e il loro impatto sui destini delle famiglie di origine immigrata, in particolare sui figli e sulle figlie, faccio una lista – non esaustiva – degli artisti di “seconda generazione” o di origine straniera che, in Italia, contribuiscono a produrre contro-cultura e a diffondere un senso comune differente rispetto a quello dominante. Tra questi ci sono anche alcuni amici, ma non conoscevo ancora Yang Shi.
Qualche settimana fa ho assistito al suo spettacolo “Tong Men-G (Porta di Bronzo)” a Milano, nell’ambito di una serata organizzata dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Un viaggio attraverso il suo albero genealogico e le vite dei suoi antenati: le storie di chi lo ha preceduto e la sua storia di giovanissimo emigrante. Uno spettacolo lungo e impegnativo, recitato in italiano e in mandarino, dove interpreta i bisnonni, i nonni, i genitori e, grazie alle loro storie personali, attraversa alcune delle vicende più importanti della Cina contemporanea. Fino alla terza fase dell’emigrazione cinese in Italia: quella a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in cui è arrivato anche lui insieme alla madre, all’età di undici anni.
È evidente fin dall’inizio che la lacerazione e il conflitto che Yang mette sotto gli occhi degli spettatori (cinese o italiano?) non è un conflitto culturale e linguistico, come spesso si tende a mettere in evidenza per figli e figlie di migranti. O quantomeno non è solo e principalmente questo: è una lacerazione che nasce anche dalla storia politica dei due paesi e dalle rappresentazioni stereotipate che le politiche dei rispettivi hanno riprodotto di se stessi e degli altri, dal rapporto tra nativi italiani e comunità immigrata, dall’inserimento in particolare dei cinesi nell’economia internazionale e italiana, e dal loro successo a livello internazionale.
Lo spettacolo termina con una lunga sezione dedicata alle vicende del territorio di Prato, dove da anni le famiglie cinesi si sono stabilite occupando una parte importante del settore produttivo tessile. Lì, facendo da interprete e da mediatore linguistico nei conflitti tra imprenditori italiani e cinesi, Yang si è trovato a rivivere nuovamente sulla propria pelle la lacerazione identitaria e il peso che le rappresentazioni stereotipate o mediate dal senso comune delle due “comunità”, producono quotidianamente nelle generazioni nate dall’immigrazione.
La lacerazione interiore delle “seconde generazioni” cinesi, in questo caso, è alimentata dalla lacerazione sociale: in questo contesto di tensioni e conflitti, esacerbati oggi dalla crisi economica, chi fa mediazione – anche mediante l’arte – restituisce uno sguardo nuovo sulla realtà e sollecita a inventare nuove forme di legame sociale. Produce forme di resistenza culturale che in qualche modo si inseriscono negli immaginari riprodotti dai media e dai discorsi dominanti per affermare un altro modo di vedere le cose, uno sguardo che parte dall’esperienza personale e non da “ciò che si dice” di questa a partire da interessi politici, ideologici o da opinioni influenti.
Due immagini dall’impatto emotivo fortissimo concludono lo spettacolo. Anzitutto quella che richiama l’arte giapponese di “aggiustare le crepe con cicatrici d’oro”, una metafora del lavoro di chi restituisce integrità a identità frammentate: quelle personali, ma anche quelle comunitarie, intese più come realtà sociali locali che etniche. Una seconda immagine mi ha commosso fino alle lacrime: Yang infila in una lunga canna di bambù tutti i vestiti usati per rappresentare i vari antenati e poi mette questa canna in equilibrio sulla sua testa. I figli e le figlie di migranti portano la responsabilità, ma anche il peso della storia famigliare e delle vicende del popolo a cui gli antenati sono appartenuti. I conflitti, i traumi, come le risorse e le aspettative delle generazioni passate, oltre alle forme dei rapporti sociali che definisce l’esperienza migratoria, entrano nel percorso di crescita delle nuove generazioni nate dall’immigrazione e impattano sulla loro vita, spesso in modo inconsapevole. A meno che ciascuno/a di essi/e non intraprenda un lavoro personale di ricostruzione della memoria storica e di consapevolezza, come per Yang, che è poi riuscito a restituirci tutto questo grazie al linguaggio teatrale, con un risultato pregevole.

Massimo Modesti

* Il saggio a cui faccio riferimento è contenuto nel libro Dalle parole ai fatti. Il linguaggio fra immaginario e agire sociale (a cura di Vanessa Maher, Rosenberg & Sellier, 2014).

Un insolito concorso di bellezza: giovani di discendenza filippina sfilano a Milano

bodyshots 2014

Da qualche anno a Milano si celebra un concorso di bellezza rivolto ai giovani di discendenza filippina di entrambi i sessi. Si tratta di un evento che coinvolge buona parte delle famiglie immigrate dall’arcipelago asiatico che risiedono nel capoluogo lombardo e non solo: i candidati e le candidate arrivano anche da altre località del nord Italia. Lo scorso anno, in qualità di ospite, ho assistito tra il pubblico al lungo sabato pomeriggio di spettacolo: la sfilata e la presentazione di candidati e candidate sono state intervallate da performance musicali e di danza realizzate da gruppi e cantanti, espressione della vivacità artistica di questa comunità ormai fortemente radicata a Milano. Quest’anno ho voluto entrare maggiormente a contatto con l’organizzazione dell’evento per vedere come si sviluppa e, soprattutto, per comprendere che significati assume per quanti vi partecipano come concorrenti. Inizialmente pensavo di limitarmi a qualche intervista, poi ho chiesto di realizzare una vera e propria micro-ricerca etnografica condividendo i vari momenti della sua preparazione. E così, nel corso dei vari pomeriggi, mi sono ritrovato immerso nei momenti organizzativi dell’evento.
Una prima curiosità: in entrambe le occasioni insieme ai e alle giovani partecipanti ho trovato una schiera di famigliari (madri, padri, fratelli e sorelle), fidanzati e fidanzate, amici ed amiche che li accompagnavano e che assistevano all’organizzazione delle performance. Se inizialmente avevo pensato che i giovani sarebbero stati i miei interlocutori principali, ho finito ironicamente per conversare con tutti gli altri eccetto che con loro, poiché erano chiaramente impegnati nel provare le coreografie dello spettacolo. In tutte le circostanze ho avuto la sensazione che i momenti collettivi in vista della sfilata non fossero semplicemente un momento tecnico – la preparazione di una performance – bensì un’occasione in cui si sovrapponevano attività sociali e significati molteplici. Ho avuto la sensazione che tali momenti fossero in linea con lo stile di socialità delle famiglie di origine filippina: l’organizzazione di un concorso di bellezza è collettore di varie iniziative e spinte personali che hanno come risultato il rafforzamento dei legami comunitari. Durante la mia permanenza ho osservato i movimenti e la vivacità sociale dei presenti: c’era chi assisteva alle prove, chi mangiava, chiacchierava, entrava ed usciva dalla stanza. I bambini più piccoli giocavano. Se qualcuno era parte dello staff, si occupava di organizzare e contrattare altre questioni legate all’evento o animava il gruppo con interventi ironici ed esilaranti. I genitori seguivano tutto con attenzione e cura, rendendosi disponibili al momento del bisogno.
Negli ultimi appuntamenti a ridosso dell’evento, sono riuscito a fare qualche intervista più mirata. È emerso un dato significativo dai racconti dei giovani, ma anche di famigliari e membri dello staff: il concorso di bellezza è un’occasione per “superare la timidezza” e divenire più sicuri e sicure nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto nelle situazioni di esibizione davanti ad un pubblico. In effetti, il concorso comporta l’esercitarsi in una performance (coreografie e brevi presentazioni al microfono). Secondo un membro dello staff, la timidezza sarebbe parte della trasmissione culturale propria dell’educazione filippina e tutti – soprattutto le ragazze – si trovano a doverne fare i conti nella propria vita. Queste ed altre occasioni sarebbero una sfida, quindi, a questo limite.
Molte sono le narrazioni raccolte durante gli appuntamenti cui ho partecipato e meritano un lavoro di condivisione ed analisi approfondite. L’ho fatto anche attraverso un gruppo Facebook dedicato a candidati/e, famigliari e staff: un modo per comunicare alcuni dei dati che avevo osservato e diffondere il lavoro che stavo facendo insieme a loro. Alcuni dei temi significativi che ho intenzione di sviluppare a partire da questa esperienza sono i seguenti: la questione della fluidità di genere tra i filippini, la corporeità etnica e la sua reinvenzione in contesto migratorio, la sfida agli stereotipi dominanti da parte della comunità filippina, lingua e lingue utilizzate giovani di origine filippina e percorsi di crescita.
L’evento finale si è tenuto al Teatro Carcano a Milano il 13 settembre e la lunga durata del pomeriggio non ha permesso di concludere l’intero programma previsto. La soddisfazione più grande dei candidati è stata certamente ottenere riconoscimenti dalla giuria, ma soprattutto sentire di aver partecipato ad un percorso di crescita, come molti/e fra loro mi hanno riferito. Una tra le più giovani ha confidato alla mamma prima di salire sul palco: “Chi se ne frega se non vinco: la cosa importante è che sono cambiata”.

Massimo Modesti

Io musulmana e trans – 2a parte

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Seconda parte dell’intervista a Rajaa, giovane transgender cresciuta in Italia da genitori immigrati dal Marocco ed ora a Melbourne (Australia).

Gli unici ad aver accettato il suo percorso di transizione sono stati la sorella minore e un cugino quasi coetaneo. Il fratello minore, invece, non ha accettato il suo cambiamento e, pur avendola vista in più occasioni come Rajaa, continua a chiamarla Abel:

Sento spesso mia sorella, abbiamo un ottimo rapporto. Mio cugino (quello figo che hai conosciuto anche tu) mi ha detto: “La vita è tua, che sia sbagliata o giusta”. Mio fratello invece l’ha presa male. Io e lui non abbiamo mai parlato di questa cosa. Penso che lui si vergogni anche perché i suoi amici sanno di me. Nonostante lui sia nato e cresciuto in Italia, non capisce questo mio percorso.

La scelta di trasferirsi a Melbourne ha migliorato notevolmente la sua qualità di vita:

Qui vivo la mia vita come donna, normalmente. Se voglio uscire con un ragazzo, posso uscire con lui allo scoperto, davanti agli occhi di tutti. In Italia no, dovevo vederlo di nascosto. Economicamente qui la vita non è cambiata molto: non riesco a mettere da parte soldi perché guadagno poco, faccio un part-time, però mi sento più serena. Non ho tantissimi amici, non conosco tantissime persone, non esco moltissimo, non ho una gran vita sociale però mi sento serena. In Italia ero sempre preoccupata. Uscivo per strada ed ero sempre sull’attenti: controllavo chi mi puntava il dito contro, chi mi giudicava o chi mi rivolgeva un’offesa. Era sempre un guardarmi attorno.

I giudizio e lo stigma sociali, oltre alle difficoltà dovute all’atteggiamento della famiglia nei confronti della sua transizione, sono tra le motivazioni che sostengono la sua scelta di emigrare in un contesto più favorevole:

Se in Italia ci fosse il clima sociale che c’è in Australia, vivrei in Italia a vita. Se in Italia una transessuale potesse avere un lavoro come una qualsiasi ragazza, ci tornerei domani stesso. L’Italia è nel mio cuore. Probabilmente non tornerei nella mia città perché là c’è la mia famiglia, ma andrei a Milano o Roma. Se sono qui è anche a causa loro. Non volevo che venissero a sapere della mia transizione. Ho voluto fare questo percorso lontano dall’Italia. Per il momento sono ancora una transessuale, sto ancora prendendo gli ormoni, però sono felice. In Italia ero una transessuale e odiavo il fatto di essere una transessuale. Non penso più: “Cazzo, sono una trans, che schifo!”. Non mi preoccupa più il fatto di essere una transessuale: voglio completare il mio percorso, ma per ora sono serena così. I giudizi della gente riescono a farti odiare te stessa.

Anche le istituzioni in Australia riconoscono il diritto al rispetto dell’identità transgender e lo confermano nelle pratiche, un aspetto per nulla indifferente nella vita quotidiana e nella percezione di sé:

Sono andata in biblioteca e mi hanno dato da compilare un documento. Erano richiesti nome, cognome e “alias” ovvero il nome con il quale volevo essere chiamata. Io ho scritto “Rajaa” non sapendo che nella tessera poi ci sarebbe stato scritto proprio Rajaa seguito dal mio cognome. Qui in Australia, nel momento in cui ti senti donna e ti vesti da donna, puoi avere i documenti da donna. Il sesso biologico rimane il medesimo, però il nome lo scegli tu. Stessa cosa per la patente. Non è necessario che il nome corrisponda al sesso biologico. In Italia all’ospedale mi chiamavano Abel. Che figura di merda. Sentirmi chiamare con un nome che non mi appartiene è brutto. Mi fermavano i carabinieri per il controllo e guardavano la patente: leggevano il mio nome originario, vedevano la foto da ragazzo e si trovano dinanzi un’altra persona. Poteva essere motivo di sospetto.

Rajaa è giunta in Italia a pochi mesi di vita, quando ancora non aveva iniziato a camminare. Da figlia di migranti marocchini, conserva un legame con la storia e il percorso dei genitori. Le chiedo se tornerà in Marocco e mi risponde:

In Marocco ci tornerò una volta che avrò completato il mio percorso: dopo aver fatto l’operazione e aver cambiato i miei documenti. In Italia non lo so. Ci vorrei tornare: mi mancano mia mamma e i miei nipoti. Ogni tanto li sento anche al telefono. Loro pensano che io sia lo “zio Abel”: faccio in modo che loro vivano serenamente, immaginandomi come sempre.

Da sempre casa sua è l’Italia – o, per meglio dire, il paese, la città e il territorio in cui è vissuta e cresciuta – e il richiamo ai luoghi d’origine è frequente nei suoi discorsi. Il suo racconto ci dice qualcosa delle difficoltà vissute, ma anche della determinazione che ha animato le sue scelte di vita. La questione della discriminazione è un’esperienza pesante per lei come per molte ragazze transessuali MtF (male to female, da maschio a femmina) e giunge da più parti:

Ho subito offese anche da parte di ragazzi gay in discoteca mentre da parte delle lesbiche non mi è mai successo. Si trattava di gay piuttosto femminili: la “checca” è invidiosa forse perché si sente un po’ donna. Mentre col gay orientato più al maschile non ho mai avuto problemi. La discriminazione da parte dei marocchini, invece, l’ho subita con il sorriso in faccia perché quelli che mi puntavano il dito contro erano gli stessi che poi su Facebook mi contattavano per avere rapporti sessuali. Mi giudicavano in pubblico, ma io sorridevo perché sapevo da che pulpito arrivava il giudizio.

Rajaa conosce – come tante ragazze transgender/transessuali – i segreti degli uomini, i loro desideri più nascosti e soprattutto quanto la violenza verbale verso le donne trans nasca spesso dalla non accettazione della curiosità e dell’attrazione nei loro confronti:

Prima di iniziare la transizione, ero discriminata, ma nessuno mi veniva a cercare. Quando ho iniziato la transizione, venivo offesa per strada, ma il 90% degli uomini che lo facevano erano gli stessi che poi mi venivano a cercare. Gli uomini sono ipocriti. Sputano nel piatto in cui il giorno prima hanno mangiato. In Italia il maschio non si fa vedere con una transessuale per strada: si vergogna perché la gente potrebbe pensare che lui è gay. Qui in Australia, invece, se ne sbattono. Il mio ex, turco e musulmano, mi ha presentato alla sua famiglia. Io andavo a casa sua tranquillamente. Qui non ho visto ipocrisia. Quando esco con un ragazzo, non stiamo in macchina, non mi porta in un parcheggio: andiamo a berci una birra o al cinema.

Improvvisamente mi rivolge una domanda: “Hai capito perché amo l’Australia?”. Sì, Rajaa e vorrei che ovunque fosse come da te per le persone transgender. Anche in Italia. Mi auguro con tutto il cuore che la tua esperienza possa essere d’aiuto a qualcun altro/a, soprattutto per chi vive in una famiglia migrante e mussulmana. Ti vedo cresciuta in consapevolezza e autonomia: non assomigli affatto al giovanotto che avevo conosciuto ai tempi della scuola quando stavi faticosamente cercando la strada per affermare un’identità che non trovava le condizioni e i modi per essere vissuta appieno. Ora che le cose sono più chiare, hai tutta la mia stima ed il mio incoraggiamento per il percorso di liberazione ed emancipazione che stai facendo.

Massimo Modesti

Io musulmana e trans: amo l’Italia, ma in Australia sono me stessa

rajaa1Conobbi Rajaa quando era Abdellah, anzi “Abel” come si faceva chiamare per l’esattezza. I dettagli sul nome la dicono lunga sul suo percorso di identificazione e transizione in quanto ragazza transessuale figlia di migranti dal Marocco: un nome maschile adattato alla pronuncia italiana e, successivamente, la scelta di un nome femminile arabo. Me la ricordo quando da ragazzino partecipava con la famiglia alle iniziative promosse dal centro culturale islamico della vallata in cui abitavo. Al tempo mi interessavo al dialogo interreligioso cristiano-islamico e partecipavo con interesse ai momenti celebrativi della comunità islamica. D’altra parte, per motivazioni personali e professionali, ero già molto addentro alle reti dei marocchini che vivevano in quel territorio. Ciononostante io e Rajaa ci incontrammo a tu per tu solo nel 2007, ovvero non appena lei fece il suo esordio nei circuiti gay. Nel 2012 – dopo un paio di anni che non la vedevo – mi accorsi che aveva cambiato nome sul suo profilo Facebook e vestiva abiti femminili. Da quel momento iniziai a conoscere una parte fondamentale della sua esperienza che, per molto tempo, aveva tenuto nascosta pressoché a tutti.

Ho sempre saputo di essere una ragazza transessuale, però mi vergognavo a dirlo. Già dire “sono gay” mi faceva vergognare. Dire “mi sento una ragazza” era ancora più vergognoso. In fin dei conti non c’è nulla di cui vergognarsi: però essendo cresciuta in una famiglia mussulmana, queste cose rappresentavano una vergogna. Quindi era vergognoso dire “sono una ragazza” quando invece fisicamente ero un maschio.

I primi ricordi di questa consapevolezza risalgono alla sua infanzia:

Non ricordo di essermi mai sentita un maschio. Quando avevo 5-6 anni, prendevo le botte da mia mamma e da mio zio perché mi mettevo il foulard sulla testa. Mia mamma, quando mi vedeva giocare con le bambole di mia nipote, me le suonava dicendomi: “Tu sei un uomo!”. Una volta le gridai: “È colpa tua se sono nata uomo, io voglio essere una donna”. E lei : “Sono scelte di Dio”. Ricordo che mi aveva appena beccato con la gonna di mia sorella e mi aveva menata. Io piangendo le dicevo: “Non voglio essere un bambino”. 

Il rapporto con la famiglia è senza dubbio la questione più problematica nell’esperienza di Rajaa. Nel 2012 ha deciso di andarsene di casa e da qualche mese a questa parte si è addirittura trasferita in Australia. Tutti sanno di lei in casa, tranne il padre. I famigliari lo hanno scoperto tramite il cugino del cognato che ha trovato il suo profilo Facebook e visto le sue foto. La madre lo ha saputo immediatamente:

Quella sera me ne ha dette di tutti i colori. Considera che lei non ha mai visto le mie foto né mi ha vista così: “Tu sei una vergogna, tu sei il peccato, sei abominio. Cosa abbiamo sbagliato per meritarci uno come te!? Sei malato, indemoniato”. Pensa tuttora che sia malata. Mi disse anche: “Ti hanno fatto un incantesimo”. Cresciuta in campagna, mia mamma non ha mai studiato e queste cose per lei sono fuori dal normale. Quindi, l’incantesimo è stata la prima cosa cui ha pensato.

Rajaa racconta che nella sua famiglia, come in molte altre famiglie marocchine, il linguaggio e l’immaginario religiosi definiscono la cornice entro cui si muovono le identità, i destini e le condotte delle persone. Compresa quella di una ragazza transessuale come lei:

Una famiglia italiana, quando scopre di avere una figlia transessuale, non pensa alla religione e a Dio. Una famiglia marocchina, invece, pensa a quello che vogliono Dio e l’Islam e si preoccupa del giudizio degli altri marocchini: per questo fa più fatica ad accettare. Quando i genitori della mia amica transessuale hanno scoperto di lei, non le hanno detto: sei un abominio, è peccato, ecc. Hanno detto: non sei normale, sei stata plagiata, ecc. Mia mamma invece mi diceva: “Vai all’inferno, brucerai, non hai paura di Dio”. Mia madre quando parla, parla sempre di Dio: ha paura di Dio. Per una famiglia mussulmana la religione cammina sempre al tuo fianco. 

Un processo di vera e propria secolarizzazione non è mai avvenuto nei paesi arabo-mussulmani, nonostante sia stata messa in luce da parte di molti l’emergenza di un “Islam laico”. Un discorso a parte, invece, va fatto per le nuove generazioni cresciute nei paesi della diaspora (Europa, Canada, Stati Uniti, Australia). A proposito di religioni e transessualità, Rajaa propone una prospettiva interessante e considera la transessualità come una condizione che rientra nel “progetto di Dio”:

Secondo me le religioni sono state modificate nel corso degli anni. Queste cose erano già previste: gli omosessuali sono sempre esistiti. Forse le transessuali no perché non c’erano le medicine e la chirurgia. Però sono sempre esistite pure quelle, ma non avevano la possibilità di cambiare sesso.

La reazione della madre alla rivelazione forzata delle sua transessualità fu pesante:

Quella sera mi ha cacciata di casa. Ho preso la mia roba, sono andata a casa della mia amica e sono stata là un mese. Poi sono ritornata e mia mamma ha tentato in tutti i modi di farmi cambiare: “Tu devi ritornare sulla tua via, devi iniziare a leggere il Corano. La settimana prossima ti vedrà un imam”. Venne un imam da Bologna. Mi cospargeva di acqua santa e pregava in continuazione, poi mi chiese: “Tu quando vedi una donna ti ecciti? e quando vedi un uomo?”. Non è quello il punto: potevo benissimo sentirmi donna ed eccitarmi con una donna. Lui non mi ha chiesto: tu dentro come ti senti? e se avesse trovato una trans lesbica?

Tra le donne marocchine è frequente l’uso della magia e della stregoneria, unita ai precetti religiosi, per curare malattie e per proteggere dal malocchio. Così anche la madre di Rajaa ha mescolato le strategie a sua disposizione per tentare di “guarirla”:

Ogni volta che mia mamma andava in Marocco, mi portava un amuleto. Uno lo mettevo sotto il cuscino e dovevo dormirci sopra tutte le notti; uno nel portafogli e un altro dovevo attaccarlo qua all’orecchio. Lo facevo per farla contenta. D’altra parte, se avessi avuto scelta, non avrei mai intrapreso questa strada. È da stupidi pensare che una persona possa scegliere la strada più difficile: discriminata, con difficoltà lavorative, ecc. Gli omosessuali in Iran e in Afghanistan, se potessero, sceglierebbero di essere omosessuali dato che c’è la pena di morte?.

Al padre hanno evitato di riferire alcunché dal momento che ha subito un pre-infarto e temono che la rivelazione possa essergli fatale:

Mio padre ha sempre desiderato un figlio maschio. Dopo tre femmine scoprire di avere un’altra figlia sarebbe un colpo per lui: io sarei il primogenito maschio! I marocchini e i mussulmani che conosce sanno che sono una ragazza trans: tutti lo sanno, ma nessuno gli ha mai detto nulla per rispetto. Mio padre è una persona molto rispettata nel paese in cui vive, lo conoscono tutti. Sanno che è una brava persona e penso che si mettano anche nei suoi panni. Neppure io vorrei sentirmelo dire penso…

Per circa dieci anni Rajaa racconta di aver soffocato il sé più autentico per non dover subire sanzioni e giudizi in famiglia:

Mano a mano che crescevo, sentivo i miei genitori parlare di quello che era giusto e sbagliato per la religione. Quindi verso i 10 anni ho smesso di usare i trucchi di mia sorella e i suoi vestiti di nascosto, anche se giocavo ancora con le Barbie. Ho cominciato a capire che era un tabù nella mia cultura come era un tabù in Italia. Allora quella ragazzina l’ho chiusa in una stanza per anni e anni e poi a 21 anni è scoppiata ed è uscita.

Le chiesi come aveva iniziato ad indossare abiti femminili, a truccarsi e ad uscire vestita da ragazza:

La mia amica aveva iniziato prima di me: lei mi ha dato il coraggio! Non mi ha mai detto niente: ero io che la vedevo cambiarsi, truccarsi, prepararsi e pensavo: “Cavoli, vorrei essere al suo posto”. Alcuni mesi dopo ho iniziato a farlo anch’io. Era il giorno del suo compleanno. All’inizio è stato difficile: mi preparavo in casa di amiche, per strada non mi facevo vedere e cambiavo i percorsi per non incrociare persone note. Poi, giorno dopo giorno, ho incominciato a fregarmene e a dire: “Perché devo nascondermi e mostrare alle persone quello che vogliono vedere?”. All’inizio uscivo vestita da ragazza solo nel weekend per andare in discoteca: di giorno ero Abel e il sabato sera ero Rajaa. Quando ho capito che non dovevo vergognarmi di niente, ho iniziato ad uscire anche di giorno. Ho iniziato ad andare al bar, a bere una birra e al cinema. Quando inizi ad uscire una prima volta, poi tutto procede in modo naturale. Si tratta di seguire quello che sei. Il fatto che prima non lo facessi era solo perché ero bloccata dalla mia religione e dal pensiero dei miei genitori. Se i miei genitori non fossero stati mussulmani e fossero cresciuti in Italia, probabilmente sarei venuta fuori molto prima. 

Nessuno dei famigliari né tantomeno le altre famiglie marocchine avevano mai sospettato che lei potesse essere gay – come diceva nei primi anni – né tantomeno transgender:

I marocchini sono un po’ stupidi. Vedendomi sempre in compagnia di ragazze, pensavano: “Ah questo qui scopa alla grande”. Quindi non hanno mai fatto commenti. Quando, invece, ho iniziato a frequentare ragazzi gay, capitava che dicessero a mia mamma: “Ma l’amico di tuo figlio cos’è? Sembra una donna”. Io per strada mi controllavo, mentre gli amici che frequentavo erano se stessi. Se mi vedevano con un ragazzo con i capelli tinti, con gli orecchini che sculettava, allora iniziavano a fare commenti. Quando mia mamma ha scoperto tutto, mi diceva: “Io non ci credo: eri sempre attorniato da ragazze”. Come tutti gli altri, anche lei pensava che io avessi qualcosa con queste ragazze. Pensavano tutti che io fossi un dongiovanni».

Al contrario, un ragazzo in mezzo a tante ragazze sarebbe stato facilmente identificato come gay o presunto tale dagli italiani. La sua vita in famiglia era diventata insostenibile, motivo per cui ha deciso di prendere le distanze:

Mio padre sa che sono emigrata in Australia e che a un certo punto non ho più voluto vivere con loro. Tornavo a trovarli ogni tanto e mi fermavo per un po’, ma la situazione mi stava stretta. Non riuscivo più a vivere a casa mia perché ero un’altra persona: non ero più quello che conoscevano. Ero Rajaa, ero me stessa e loro non conoscevano questa me stessa, ma solamente la finta parte di me. Quando ero in casa non stavo mai in salotto o cucina: me ne stavo in camera mia, pranzavo e cenavo da sola. Poi dovermi vestire e truccare in macchina era una cosa assurda. Se loro fossero stati più aperti mentalmente… Vorrei averli al mio fianco. Sarebbe un appoggio importante, mi sentirei molto più forte, ma loro non riuscirebbero mai ad accettare». 

[fine prima parte]

Massimo Modesti

Progetto 2G LGBT – Cartolina promozionale

Ad un anno dall’inizio del Progetto di ricerca-azione Seconde Generazioni LGBT (gay, lesbiche, bisessuali e transgender) usciamo finalmente con una cartolina che promuove pubblicamente le nostre iniziative. Essa si rivolge a figli/e di immigrati, rifugiati, coppie miste e da adozione internazionale invitandoli/e a contattarci per partecipare agli eventi e alle attività che proponiamo. Da giugno 2013 ad oggi siamo stati impegnati in una serie di focus group che hanno coinvolto circa una trentina di giovani che fanno parte del target. Abbiamo avviato processi formativi e di socializzazione importanti e contribuito a far emergere racconti ed esperienze significativi. Con questo strumento desideriamo dare maggiore visibilità al progetto e richiamare l’attenzione di associazioni e istituzioni su una realtà che sta portando un contributo di valore alla vita sociale e che pone domande nuove.

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Versione scaricabile da diffondere:

Cartolina G2 LGBT completa

 

Il terzo occhio aperto – 2a parte

taong lupa 2Seconda parte dell’intervista a Chad, giovane universitario filippino di seconda generazione (prima parte pubblicata il 13 Maggio).

Gli chiedo se ha mai avuto occasione di raccontare queste esperienze ad amici, considerato che si tratta di un tema delicato che può suscitare stupore e curiosità, ma anche sospetto, paura e incredulità: «Ne ho parlato con mia cugina, con la mia ex-migliore amica e con un mio ex- fidanzato. Mia cugina non ci credeva, poi a lungo andare ha avuto le prove di quanto andavo dicendo e ha cambiato idea. Stessa cosa la mia amica. Il mio ex-fidanzato vedeva le auree quindi avevamo qualcosa in comune. Comunque mi è più facile condividere questo con persone di origine filippina perché c’è una cultura comune e si sa che alcune persone hanno questi poteri. È una cosa socialmente accettata».

Il potere che Chad riconosce di avere – e che a volte teme – non si limita alla visione degli spiriti, ma anche alla capacità di sentire l’energia delle persone e del cosmo: «Riesco a capire com’è una persona ancora prima di conoscerla. Quando incontro per la prima volta qualcuno, so come andrà a finire. Non prevedo il futuro, ma so se mi starà sulle palle, se litigheremo, se andrà bene o male. A pelle riesco a capire, ma tengo per me questa sensazione, non la comunico. Sento le persone con cui c’è connessione, quelle che mi sono contro e quelle che mi lasciano indifferente». Questa capacità di visione – mi dice Chad – nelle Filippine viene chiamata il “terzo occhio aperto”: chi la possiede ha dunque una prospettiva particolare e diremmo pure speciale sulla realtà.

Da alcuni anni mi interesso ai poteri soprannaturali nell’ambito dei contesti socio-culturali di origine di alcuni gruppi di migranti. Questa passione si è ravvivata durante un mio soggiorno a Rabat (Marocco) presso una famiglia che tramandava tali poteri di generazione in generazione (correva l’anno 2006): l’occasione fu una curiosa esperienza che accadde proprio mentre soggiornavo presso la loro abitazione. Recentemente una vicenda personale mi ha spinto ad occuparmene in modo più specifico e a rivelare ad altre persone il mio racconto. A Milano ne ho parlato con un nuovo amico senegalese che – dopo aver sostenuto per un po’ di tempo di non credere a queste cose – si è rilassato e con mia sorpresa ha iniziato a narrarmi delle sue esperienze soprannaturali.

Tali esperienze possono essere liquidate come “superstizioni” e “credenze” oppure aprire una strada verso forme di conoscenza e di saperi non convenzionali: dare ascolto a questi eventi significa dare ascolto all’universo che ci parla in varie forme, spesso di comprensibilità non immediata. Si tratta dell’avvio di una ricerca che – insieme ad altri percorsi della nostra vita – ci aiuta ad assaporare la molteplicità dei livelli nella scoperta del mondo e dei suoi significati. Penso che questi saperi e poteri abbiano in sé qualcosa di sovversivo in quanto sono percepiti come minacciosi per l’ordine costituito e, dunque, invisi alle autorità scientifiche e politiche. Motivo per cui vengono o sottaciuti o ridicolizzati o sanzionati. Come per altre cose, i migranti e i loro figli – insieme a chi tra noi è più legato al mondo naturale – vengono a ricordarci saperi antichi che la civiltà industriale e post-industriale hanno seppellito sotto strati di “saperi dotti” e riconosciuti come ufficiali. Non mi ritengo un esperto in questa materia, ma credo che il potenziale nascosto dentro di noi trovi una buona occasione di emergere proprio dando voce alla narrazione di questi saperi segreti che ci vengono da altrove e ci dicono quanto siamo connessi al mondo dell’invisibile, pure in un’era profondamente legata all’immagine sensibile e al dominio del senso della vista.

Massimo Modesti