Archivi categoria: Genitori migranti

Un’associazione di famiglie di origine peruviana promuove a Milano un corso di affettività e sessualità per figli e figlie

caporales santos

Tutto è nato da un’idea balenata mentre davo un aiuto per i preparativi del Pride milanese lo scorso anno. Un amico si occupava di contattare gruppi musicali e di danza che potessero animare la parata e pochi mesi prima avevo conosciuto un gruppo di danza “caporales” (un ballo di origine boliviana) formato prevalentemente da giovani di origine peruviana. Gli suggerii di contattarli e di invitarli: poteva essere un modo per rendere il corteo più multiculturale nelle sue espressioni artistiche e anche un’occasione per coinvolgere le associazioni di immigrati e di seconde generazioni.

Contemporaneamente mi stavo dedicando ad un progetto rivolto a giovani gay, lesbiche, bisessuali e transgender figli di immigrati. Grazie a questa esperienza, il mio proposito era quello di raggiungere i genitori e di verificare la loro sensibilità verso le tematiche dell’omosessualità e dell’identità di genere e la prima occasione mi fu offerta proprio nell’ambito della comunità peruviana. Fui invitato al consolato peruviano per un seminario dedicato alle seconde generazioni in cui, a sorpresa, mi chiesero di presentarmi: decisi di parlare del progetto rivolto alle seconde generazioni LGBT. C’erano il console, alcuni volontari di un’associazione, giovani e famiglie. Al termine del seminario, mi vennero incontro due persone, mamma e figlio, chiedendomi se ero coinvolto in Arcigay che li aveva contattati per partecipare al Pride. La donna, Maria del Rosario Montalvo, è la presidentessa della Fraternidad Artistica Caporales Santos Milano, uno dei vari gruppi di danza caporales presenti sul territorio milanese. Due anni fa si è costituita in associazione tramite l’Arci e oggi sta diventando a Milano protagonista di una interessante iniziativa nata proprio grazie a quella fortunata circostanza e all’amicizia che ne è seguita.

Già nel mio primo incontro con i gruppi di danza latinoamericani, di cui narro in un altro articolo, mi ero reso conto della loro grande potenzialità a livello formativo e sociale. Ho conosciuto altri gruppi analoghi a Milano e ho capito che su questo avevo ragione. Grazie ad un lavoro che mi era stato commissionato da un’agenzia di ricerca sociale, sono entrato a contatto coi loro responsabili e mi sono addentrato più in profondità nelle loro dinamiche interne.

In particolare ho coltivato un rapporto speciale coi Caporales Santos che, in occasione di una festa cui mi avevano invitato, mi hanno chiesto se ero disponibile ad aiutarli ad organizzare un incontro coi figli e con le figlie sulle questioni legate all’affettività e alla sessualità. Una questione in particolare preoccupava i genitori: nelle famiglie di origine latinoamericana succede che alcune ragazze adolescenti rimangano incinte con una serie di conseguenze sui loro percorsi di crescita. Per questo motivo volevano rendere figli e figlie più attrezzati nella gestione della sessualità.

Che lo chiedessero a me – che mi occupo notoriamente di omosessualità – mi è parsa una cosa curiosa e incoraggiante insieme. La richiesta mi confermava quello che avevo inteso, cioè che su queste tematiche erano disponibili e sensibili.

Ho chiesto un aiuto alla mia collega psicoterapeuta Chiara Caravà per realizzare questo percorso. Abbiamo deciso di effettuare alcuni incontri di indagine sui modelli di riferimento e sulle esperienze che appartengono a questo gruppo di adolescenti e giovani per poi strutturare una proposta formativa più articolata che possa rispondere ai loro bisogni. L’intenzione dei genitori di questa associazione è quella di estendere la proposta a tutti i gruppi di danza con cui essi sono in contatto, raggiungendo quindi un numero di giovani che si aggira intorno ai 180-200 in tutta Milano.

In un periodo in cui nella scuola pubblica italiana alcuni gruppi di pressione terrorizzano i genitori sulla possibilità che nell’educazione affettiva e sessuale dei figli si parli anche di stereotipi di genere, di omosessualità e di non conformità di genere, il fatto che un’associazione di famiglie di origine peruviana si faccia promotrice di una iniziativa formativa come questa in cui si parlerà di tutte le forme di sessualità e di affettività, è decisamente degna di nota. E merita di essere conosciuta e divulgata perchè rompe lo stereotipo secondo il quale gli immigrati siano indifferentemente più omofobi degli italiani.

La lungimiranza di questi genitori diventa una risorsa per tutta la comunità milanese dove spesso le associazioni di immigrati vengono relegate a ruoli minori o racchiuse in una cornice etnica e folcloristica. Vengono invitate alle sfilate e alle manifestazioni perché sanno creare un clima festoso ed esibiscono le “loro tradizioni”: e questo va benissimo. Tuttavia ci si dimentica che sono anche luoghi dove si promuove socialità, cultura e formazione; e dove i genitori e figli si interrogano sulle sfide del presente e danno prova di voler crescere insieme condividendo e intrecciando le proprie esperienze.

Massimo Modesti

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Cinese o italiano? Yang Shi e l’arte di aggiustare le crepe con cicatrici d’oro

Yang

Nella nota finale al mio saggio* sul rapporto tra linguaggi istituzionali, metafore del senso comune e il loro impatto sui destini delle famiglie di origine immigrata, in particolare sui figli e sulle figlie, faccio una lista – non esaustiva – degli artisti di “seconda generazione” o di origine straniera che, in Italia, contribuiscono a produrre contro-cultura e a diffondere un senso comune differente rispetto a quello dominante. Tra questi ci sono anche alcuni amici, ma non conoscevo ancora Yang Shi.
Qualche settimana fa ho assistito al suo spettacolo “Tong Men-G (Porta di Bronzo)” a Milano, nell’ambito di una serata organizzata dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Un viaggio attraverso il suo albero genealogico e le vite dei suoi antenati: le storie di chi lo ha preceduto e la sua storia di giovanissimo emigrante. Uno spettacolo lungo e impegnativo, recitato in italiano e in mandarino, dove interpreta i bisnonni, i nonni, i genitori e, grazie alle loro storie personali, attraversa alcune delle vicende più importanti della Cina contemporanea. Fino alla terza fase dell’emigrazione cinese in Italia: quella a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in cui è arrivato anche lui insieme alla madre, all’età di undici anni.
È evidente fin dall’inizio che la lacerazione e il conflitto che Yang mette sotto gli occhi degli spettatori (cinese o italiano?) non è un conflitto culturale e linguistico, come spesso si tende a mettere in evidenza per figli e figlie di migranti. O quantomeno non è solo e principalmente questo: è una lacerazione che nasce anche dalla storia politica dei due paesi e dalle rappresentazioni stereotipate che le politiche dei rispettivi hanno riprodotto di se stessi e degli altri, dal rapporto tra nativi italiani e comunità immigrata, dall’inserimento in particolare dei cinesi nell’economia internazionale e italiana, e dal loro successo a livello internazionale.
Lo spettacolo termina con una lunga sezione dedicata alle vicende del territorio di Prato, dove da anni le famiglie cinesi si sono stabilite occupando una parte importante del settore produttivo tessile. Lì, facendo da interprete e da mediatore linguistico nei conflitti tra imprenditori italiani e cinesi, Yang si è trovato a rivivere nuovamente sulla propria pelle la lacerazione identitaria e il peso che le rappresentazioni stereotipate o mediate dal senso comune delle due “comunità”, producono quotidianamente nelle generazioni nate dall’immigrazione.
La lacerazione interiore delle “seconde generazioni” cinesi, in questo caso, è alimentata dalla lacerazione sociale: in questo contesto di tensioni e conflitti, esacerbati oggi dalla crisi economica, chi fa mediazione – anche mediante l’arte – restituisce uno sguardo nuovo sulla realtà e sollecita a inventare nuove forme di legame sociale. Produce forme di resistenza culturale che in qualche modo si inseriscono negli immaginari riprodotti dai media e dai discorsi dominanti per affermare un altro modo di vedere le cose, uno sguardo che parte dall’esperienza personale e non da “ciò che si dice” di questa a partire da interessi politici, ideologici o da opinioni influenti.
Due immagini dall’impatto emotivo fortissimo concludono lo spettacolo. Anzitutto quella che richiama l’arte giapponese di “aggiustare le crepe con cicatrici d’oro”, una metafora del lavoro di chi restituisce integrità a identità frammentate: quelle personali, ma anche quelle comunitarie, intese più come realtà sociali locali che etniche. Una seconda immagine mi ha commosso fino alle lacrime: Yang infila in una lunga canna di bambù tutti i vestiti usati per rappresentare i vari antenati e poi mette questa canna in equilibrio sulla sua testa. I figli e le figlie di migranti portano la responsabilità, ma anche il peso della storia famigliare e delle vicende del popolo a cui gli antenati sono appartenuti. I conflitti, i traumi, come le risorse e le aspettative delle generazioni passate, oltre alle forme dei rapporti sociali che definisce l’esperienza migratoria, entrano nel percorso di crescita delle nuove generazioni nate dall’immigrazione e impattano sulla loro vita, spesso in modo inconsapevole. A meno che ciascuno/a di essi/e non intraprenda un lavoro personale di ricostruzione della memoria storica e di consapevolezza, come per Yang, che è poi riuscito a restituirci tutto questo grazie al linguaggio teatrale, con un risultato pregevole.

Massimo Modesti

* Il saggio a cui faccio riferimento è contenuto nel libro Dalle parole ai fatti. Il linguaggio fra immaginario e agire sociale (a cura di Vanessa Maher, Rosenberg & Sellier, 2014).

Un insolito concorso di bellezza: giovani di discendenza filippina sfilano a Milano

bodyshots 2014

Da qualche anno a Milano si celebra un concorso di bellezza rivolto ai giovani di discendenza filippina di entrambi i sessi. Si tratta di un evento che coinvolge buona parte delle famiglie immigrate dall’arcipelago asiatico che risiedono nel capoluogo lombardo e non solo: i candidati e le candidate arrivano anche da altre località del nord Italia. Lo scorso anno, in qualità di ospite, ho assistito tra il pubblico al lungo sabato pomeriggio di spettacolo: la sfilata e la presentazione di candidati e candidate sono state intervallate da performance musicali e di danza realizzate da gruppi e cantanti, espressione della vivacità artistica di questa comunità ormai fortemente radicata a Milano. Quest’anno ho voluto entrare maggiormente a contatto con l’organizzazione dell’evento per vedere come si sviluppa e, soprattutto, per comprendere che significati assume per quanti vi partecipano come concorrenti. Inizialmente pensavo di limitarmi a qualche intervista, poi ho chiesto di realizzare una vera e propria micro-ricerca etnografica condividendo i vari momenti della sua preparazione. E così, nel corso dei vari pomeriggi, mi sono ritrovato immerso nei momenti organizzativi dell’evento.
Una prima curiosità: in entrambe le occasioni insieme ai e alle giovani partecipanti ho trovato una schiera di famigliari (madri, padri, fratelli e sorelle), fidanzati e fidanzate, amici ed amiche che li accompagnavano e che assistevano all’organizzazione delle performance. Se inizialmente avevo pensato che i giovani sarebbero stati i miei interlocutori principali, ho finito ironicamente per conversare con tutti gli altri eccetto che con loro, poiché erano chiaramente impegnati nel provare le coreografie dello spettacolo. In tutte le circostanze ho avuto la sensazione che i momenti collettivi in vista della sfilata non fossero semplicemente un momento tecnico – la preparazione di una performance – bensì un’occasione in cui si sovrapponevano attività sociali e significati molteplici. Ho avuto la sensazione che tali momenti fossero in linea con lo stile di socialità delle famiglie di origine filippina: l’organizzazione di un concorso di bellezza è collettore di varie iniziative e spinte personali che hanno come risultato il rafforzamento dei legami comunitari. Durante la mia permanenza ho osservato i movimenti e la vivacità sociale dei presenti: c’era chi assisteva alle prove, chi mangiava, chiacchierava, entrava ed usciva dalla stanza. I bambini più piccoli giocavano. Se qualcuno era parte dello staff, si occupava di organizzare e contrattare altre questioni legate all’evento o animava il gruppo con interventi ironici ed esilaranti. I genitori seguivano tutto con attenzione e cura, rendendosi disponibili al momento del bisogno.
Negli ultimi appuntamenti a ridosso dell’evento, sono riuscito a fare qualche intervista più mirata. È emerso un dato significativo dai racconti dei giovani, ma anche di famigliari e membri dello staff: il concorso di bellezza è un’occasione per “superare la timidezza” e divenire più sicuri e sicure nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto nelle situazioni di esibizione davanti ad un pubblico. In effetti, il concorso comporta l’esercitarsi in una performance (coreografie e brevi presentazioni al microfono). Secondo un membro dello staff, la timidezza sarebbe parte della trasmissione culturale propria dell’educazione filippina e tutti – soprattutto le ragazze – si trovano a doverne fare i conti nella propria vita. Queste ed altre occasioni sarebbero una sfida, quindi, a questo limite.
Molte sono le narrazioni raccolte durante gli appuntamenti cui ho partecipato e meritano un lavoro di condivisione ed analisi approfondite. L’ho fatto anche attraverso un gruppo Facebook dedicato a candidati/e, famigliari e staff: un modo per comunicare alcuni dei dati che avevo osservato e diffondere il lavoro che stavo facendo insieme a loro. Alcuni dei temi significativi che ho intenzione di sviluppare a partire da questa esperienza sono i seguenti: la questione della fluidità di genere tra i filippini, la corporeità etnica e la sua reinvenzione in contesto migratorio, la sfida agli stereotipi dominanti da parte della comunità filippina, lingua e lingue utilizzate giovani di origine filippina e percorsi di crescita.
L’evento finale si è tenuto al Teatro Carcano a Milano il 13 settembre e la lunga durata del pomeriggio non ha permesso di concludere l’intero programma previsto. La soddisfazione più grande dei candidati è stata certamente ottenere riconoscimenti dalla giuria, ma soprattutto sentire di aver partecipato ad un percorso di crescita, come molti/e fra loro mi hanno riferito. Una tra le più giovani ha confidato alla mamma prima di salire sul palco: “Chi se ne frega se non vinco: la cosa importante è che sono cambiata”.

Massimo Modesti

Chi vede le risorse dei genitori stranieri? Appunti di viaggio passeggiando per Milano

La Fradernidad Artistica Sambos Illimani - Bloque Italia/Milano durante una sfilata.

La Fradernidad Artistica Sambos Illimani – Bloque Italia/Milano durante una sfilata.

Come ho sostenuto in altri luoghi (vedasi il contributo al libro di Vanessa Maher “Genitori migranti” e l’articolo pubblicato sul numero 3/2012 di Autonomie locali e servizi sociali), il discorso dominante sull’immigrazione in Italia tende a svalutare il ruolo dei genitori stranieri nell’educazione dei figli e depotenziare la loro azione. Il meccanismo istituzionale, d’altra parte, che li vorrebbe solamente utenti o destinatari di servizi assistenziali, contribuisce a riprodurre lo stereotipo dominante dello straniero povero, marginale e dequalificato.
Eppure le risorse degli adulti immigrati diventati genitori sono una potenza: basta avere occhi per vederle. Ad esempio, basta passeggiare una sera qualunque (un martedì per la precisione) per le vie di Milano e ritrovarsi in piazza S. Francesca Romana ad osservare un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, esercitarsi a suon di musica su alcuni balli folkloristici latino-americani. Come è successo a me a pochi giorni dal mio trasferimento nella metropoli. Mi sono fermato ad ammirarli, incantato per la sorpresa di trovare in una piazza cittadina una performance artistica informale a cielo aperto. Alcuni adulti erano intenti ad osservarli: due uomini e una donna, in particolare. A loro ho rivolto una domanda sulla danza cui stavo assistendo e abbiamo iniziato a chiacchierare.
L’uomo mi ha offerto un’accurata spiegazione: il gruppo folcloristico fa parte di una rete internazionale chiamata Fradernidad Artistica Sambos Illimani che propone in tutti i paesi le stesse performance, si tiene in contatto tramite web e si esibisce in competizioni pubbliche, sfilate, ecc. La danza nasce dalla tradizione degli schiavi che lavoravano nelle piantagioni andine sotto il comando dei ‘caporales’.
Dopo questa premessa, il padre peruviano ha spontaneamente iniziato ad affrontare questioni educative. Mi ha raccontato che, insieme ad altri genitori, sostiene l’impegno delle due figlie in questa attività perché pensa che possa essere un antidoto al fenomeno delle bande: “Io ho amici che hanno i figli in queste bande e una volta entrati non riescono più ad uscirne. Ci sono anche ragazze in queste bande. Quindi sono contento che mie figlie siano qui a ballare”. L’arte come strategia di resistenza, quindi, e di prevenzione, usando un gergo diffuso nei servizi.  “Anni fa noi pensavamo che i nostri figli crescendo coi figli degli italiani avrebbero perso le nostre tradizioni e invece hanno voluto iniziare a fare questa attività. Non siamo stati noi a spingerle, hanno iniziato per volontà loro”. Anche questa nota relativa alla trasmissione culturale mi ha colpito molto: esprime una delicatezza educativa se così possiamo chiamarla, la volontà di non forzare pur nella preoccupazione che le ‘tradizioni’ vadano perdute. La medesima delicatezza che ha espresso la giovane madre quando mi ha fatto capire che segue la figlia, ma non vuole invadere i suoi spazi di iniziativa, anche in questa attività.
Le risorse delle seconde generazioni sono sotto gli occhi di tutti: nello sport come nelle arti, nella vita politica e intellettuale si fanno strada giovani donne e uomini capaci e brillanti. Qualità che non sempre incontrano istituzioni capaci di recepirle, tuttavia. E le risorse dei genitori? Chi le vede? Genitori attenti ai loro figli, alle loro attitudini, al loro percorso di crescita, alle loro necessità e aspirazioni. Genitori come questo padre che ha aggiunto: “Sarebbe una bella cosa se il comune desse una sala per fare le prove, magari a rotazione. Sarebbe anche un modo per aiutare i giovani a evitare la frequentazione di bande”. Genitori lungimiranti, dunque.
Sintomatico che il seguito della nostra conversazione sia scivolato sulla questione del lavoro e della crisi che colpisce l’Italia e l’Europa e sul fatto che molte famiglie straniere lasciano il nostro paese, come vorrebbe la donna al contrario del marito più determinato a rimanere e pazientare.
Il gruppo Sambos Illimani Bloque Italia-Milano si ritrova il martedì e il giovedì nella medesima piazza dove l’ho incontrato, anche durante la stagione invernale. Il sabato invece in una galleria della metro. La struttura transnazionale del gruppo è molto simile a quella delle bande: anche i gruppi folcloristici hanno simboli, divise, riti, slogan comuni e si sfidano in competizioni, ma con esiti che sono di tipo artistico anziché distruttivo. È bello che i genitori latino-americani vedano in tutto questo un’opportunità per i loro figli e  ne promuovano la partecipazione.

Massimo Modesti

Il sito internet dei Sambos Illimani Bloque Italia

Riconoscere l’autorevolezza dei genitori stranieri: un problema istituzionale

Immagine tratta dal sito MigrantiTorino.it

Immagine tratta dal sito MigrantiTorino.it

 

Nel prossimo numero della rivista «Autonomie locali e servizi sociali» (editrice Il Mulino) verrà pubblicato un mio articolo dal titolo “Istituzioni educative e genitori migranti: tra senso comune, teoria ed esperienza”. Desidero anticiparvi le conclusioni, frutto dell’analisi svolta a partire da due esperienze di ricerca che ho realizzato tra il 2006 e il 2011.

Il potere del senso comune e delle teorie sta nel fatto di essere “pronti all’uso” e di semplificare notevolmente le nostre rappresentazioni della realtà. Essi permettono altresì di dare continuità alle nostre pratiche istituzionali (procedure) senza costringerci ad interrogarci sulla bontà e sul senso di ciò che andiamo facendo in ogni singolo caso. Eppure proprio in questa husserliana sospensione del giudizio ritroviamo una potenzialità che ci sottrae all’ovvietà della riproduzione culturale sottesa all’azione delle istituzioni.
Le ricerche cui ho attinto per stendere questa analisi hanno messo in luce alcuni aspetti critici del rapporto tra scuola e servizi da una parte e genitori migranti dall’altra: in particolare il problema del mancato riconoscimento dell’autorevolezza dei genitori nell’espressione del loro ruolo, il peso dei luoghi comuni circolanti nei discorsi dominanti a livello istituzionale e gli ostacoli alla collaborazione fra scuola e genitori creati da un sistema istituzionale classista.
Altre due ricerche di cui sono venuto a conoscenza (Crozier, Davies 2007; Peréz Correón et al. 2005) sottolineano l’assenza di riconoscimento da parte della scuola dello specifico punto di vista dei genitori di origine straniera: delle loro difficoltà, dei loro bisogni, delle loro speranze e aspettative. In particolare, tali studi osservano che, per quante energie le scuole investano nel sollecitare e sostenere il coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica, i loro programmi sono destinati a fallire se non considerano la voce e la prospettiva dei genitori migranti stessi. Inoltre, la prima ricerca mette in rilievo che il coinvolgimento dei genitori tutt’al più avviene nei termini di un adattamento al ruolo atteso dalla scuola: ossia tale ruolo è pre-determinato e standardizzato e la possibilità di iniziative da parte dei genitori risulta pressoché nulla. Analoghe dinamiche mette in evidenza anche la seconda ricerca. Allo scopo di promuovere lo specifico punto di vista dei genitori stranieri, gli autori propongono di creare spazi di dialogo fra genitori e fra genitori e insegnanti.
Anche la ricerca di cui mi sono occupato mette in evidenza l’assenza di spazi e formule che consentano ai genitori di interagire in modo facilitato con la scuola, di esprimere le loro opinioni e di far conoscere la loro esperienza. I genitori che abbiamo intervistato portano all’attenzione questioni cruciali che, senza la creazione di occasioni di dialogo, rimangono del tutto sconosciute alla scuola e ai servizi. D’altro canto, gli insegnanti stessi si trovano imbrigliati in meccanismi e orari rigidi che non permettono loro di dedicare un tempo congruo alla coltivazione del rapporto coi genitori stranieri.
Oltre il senso comune e le categorie concettuali di riferimento (siano esse prodotte nell’ambito dei servizi o dalle ricerche scientifiche), c’è la possibilità di accedere al sapere dell’esperienza. Esso comporta un mettersi in ascolto della soggettività: quella delle famiglie migranti come della propria, in quanto operatore delle istituzioni educative. La consapevolezza dei primi due livelli (senso comune e teorie) insieme all’elaborazione della propria esperienza può aiutare gli operatori delle istituzioni a formulare una visione nuova dei genitori migranti e quindi a riconoscere il valore e le competenze di cui sono portatori. Tuttavia occorre costruire gli spazi ovvero le occasioni affinché questa circolazione di narrazioni e di esperienze possa attuarsi ed arricchire le visioni che le istituzioni hanno delle famiglie migranti. In tal senso, ci sono già esperienze di rilievo che possono diventare uno spunto ed uno stimolo a trovare le formule adatte a ciascuna situazione: occasioni di scambio fra pari, luoghi in cui raccontarsi fuori da un contesto di asimmetria di potere (com’è quello degli incontri formali con le istituzioni), spazi in cui ricreare il senso del luogo, del tempo e delle azioni che ciascuno, in quanto parte di una famiglia o operatore di un servizio, vive e sperimenta.

Massimo Modesti

“Senza di noi non potete fare nulla”: genitori migranti e istituzioni educative

Fotogramma tratto dal documentario di Saulo Scopa “Noi siamo qui”.

Da un anno e mezzo a questa parte sto riflettendo sul rapporto tra genitori stranieri e istituzioni, in particolar modo quelle che si occupano di educazione, istruzione e tutela dei «minori»: la scuola, i servizi socio-educativi e i servizi sociali. L’occasione mi è stata offerta da due ricerche etnografiche: una relativa ai centri diurni per minori a Verona – realizzata tra il 2006 e il 2007 e pubblicata in un articolo della rivista Autonomie locali e servizi sociali (3/2008) – e l’altra relativa al rapporto tra genitori migranti e scuola – realizzata tra il 2010 e il 2011 e pubblicata nel volume Genitori migranti (a cura di Vanessa Maher, 2012).
Durante un seminario organizzato dall’Associazione Papalagi a Torino, cui ho partecipato come relatore, una mamma marocchina ha narrato la sua storia, una storia segnata dal dramma di un figlio che lei dichiarava di aver perso a causa dei numerosi fraintendimenti tra lei e la scuola. La donna si sentiva colpevolizzata e chiamata in causa per qualcosa che non considerava sua responsabilità (la condotta del figlio a scuola e la performance scadente) e quindi avvertiva la scuola come nemica, non più la “seconda casa” che la tradizione marocchina vorrebbe. La scuola, d’altro canto, di fronte al silenzio e all’assenza dei genitori, alimentava l’idea che fossero degli interlocutori negligenti e disinteressati al figlio. Il suo racconto terminava con un appello accorato rivolto alle insegnanti: “Non stancatevi di insistere coi genitori stranieri perché molti di noi non capiscono l’importanza di venire a scuola e di essere presenti alle riunioni e pensano semplicemente che gli insegnanti li guardino di traverso, con sospetto”.  Il figlio – oltre ad un percorso scolastico fallimentare – aveva avuto problemi con la giustizia per via delle sue condotte delinquenziali. Le fatiche attraversate per ricostruire il legame tra costui e la famiglia (proprio grazie agli educatori di Papalagi) erano testimonianza di un allontanamento tra istituzioni che aveva finito per smembrare il giovane e spingerlo a scegliere l’unica alternativa tra le due ovvero la marginalità.
Il tema dei pregiudizi reciproci e della comunicazione tra scuola e famiglie straniere è un nodo critico per il benessere dei figli-alunni. Anche nelle ricerche che ho svolto emerge come tema fondamentale per i figli di migranti in quanto si trovano al centro di due soggetti di educazione importanti e – per quanto se ne pensi – potenti. Proprio in derive di marginalizzazione come quella raccontata dalla madre marocchina si svela il potere delle istituzioni: più palese quello della scuola, più invisibile e nascosto quello della famiglia. È stato l’amico ricercatore e mediatore linguistico-culturale di origine albanese Sabaudin Varvarica a sollevare, durante un focus group, questo secondo aspetto: la famiglia straniera, se da una parte è disarmata per una serie di circostanze esterne (perdita di sicurezze e di punti di riferimento, competenza linguistica ridotta dei genitori, assenza di una rete sociale e famigliare di prossimità, precarietà lavorativa e abitativa, ecc.), dall’altra è dotata di un potere di “benedizione o maledizione” sui figli, come ricordava Lahcen Aalla in un articolo pubblicato sulla rivista Diritto, Immigrazione e Cittadinanza una decina di anni fa. Un potere non immediatamente manifesto ai nostri occhi, ma presente. Se famiglia e scuola non trovano un linguaggio comune e modalità per avvicinarsi e creare un’alleanza, il ragazzo o la ragazza finiscono per scivolare nel vuoto che si crea tra istanze fortemente vincolanti e, nei casi di fraintendimenti, concorrenti o quantomeno reciprocamente svilenti .
Questo il rischio più grave che corrono le “seconde generazioni”, contese tra istituzioni e famiglia piuttosto che “fra due culture”. È compito delle prime, dunque, che hanno un mandato e una mission pubblica oltre che competenze professionali, lavorare per “restituire ai genitori migranti la loro vera statura” (Maher 2012). Occorre elevare il loro status spesso svilito da un senso comune dominante impregnato di razzismo. Occorre riconoscere il loro ruolo soprattutto agli occhi dei figli e delle figlie che spesso guardano i genitori attraverso gli stereotipi dominanti e se ne vergognano pure. Occorre anzitutto valorizzare le loro competenze e saperi considerandoli partner alla pari nella costruzione di percorsi di successo per le nuove generazioni. Occorre realizzare spazi in cui possano circolare esperienze e narrazioni utili a tutti – genitori, educatori, insegnanti, assistenti sociali e figli – e soprattutto capaci di aprire sguardi nuovi gli uni verso gli altri. Senza la collaborazione dei genitori (di tutti i genitori!) i nostri sforzi sono destinati a fallire. Non possiamo – come operatori delle istituzioni – perdere questa occasione!

Massimo Modesti

Essere genitori migranti in Italia nell’anno 2012

Esattamente dieci anni fa pubblicavo su un periodico locale l’intervista ad una coppia di genitori provenienti dal Marocco che vivevano non lontano dalla mia abitazione. L’argomento del colloquio erano le sfide educative poste ad una madre ed un padre che si trovavano a crescere i figli in terra straniera. L’articolo si intitolava Essere genitori in migrazione. Quest’anno, insieme ad altri colleghi, abbiamo pubblicato i risultati di una ricerca che ha coinvolto decine di genitori stranieri e che, in una seconda fase, si è concentrata su alcuni di essi per un approfondimento. Il libro, già presentato su questo sito, si intitola Genitori migranti ed è curato da Vanessa Maher. Personalmente ho trattato da vicino i temi che riguardano il rapporto dei genitori con la scuola.
Mi sono, dunque, chiesto che cosa è cambiato per i migranti in Italia, in particolare per i genitori, in questi dieci anni in quanto a prospettive per le loro famiglie. Alcune risposte al mio interrogativo sono state fornite dagli stessi genitori intervistati. La maggior parte è in Italia da più di venti anni e ha vissuto una stagione di grandi cambiamenti. Tutti sembrano lamentare maggiori difficoltà nelle relazioni con gli autoctoni – gli italiani – rispetto a quando si stabilirono qui: in particolare osservano un atteggiamento più prevenuto verso coloro che presentano dei tratti somatici diversi. I genitori pensano che ciò sia dovuto in parte all’aumento della presenza straniera: alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso essa era ancora molto ridotta e la solidarietà degli italiani, spesso mossa da motivi caritatevoli, era più spontanea e abbondante. In secondo luogo, gli stessi hanno sottolineato gli ostacoli che le politiche pongono ad una permanenza serena nel paese ospitante. Negli ultimi anni, non è raro venire a conoscenza di famiglie straniere che hanno deciso di spostarsi in altri paesi europei a motivo dell’insicurezza che le politiche migratorie in Italia producono per i loro destini. Nelle parole di molti intervistati, ritorna la possibilità che gli stessi figli, nati a e cresciuti in Italia, decidano di seguire la strada della migrazione alla ricerca di migliori opportunità. Eppure molti di essi si sentono italiani e vivono l’Italia come la loro patria. Il faticoso percorso legislativo del diritto di cittadinanza secondo lo ius soli – nuovamente interrotto – mette in evidenza la reticenza della politica italiana nella presa d’atto della realtà sociale odierna. La scuola, d’altro canto, possiede sempre minori mezzi per l’attuazione di un’autonomia che potrebbe diventare uno strumento per assicurare pari opportunità, ma allo stato attuale è depotenziata. Anche questo preoccupa molti genitori stranieri.
Nel 2002 Fatma e Elhachmi mi dicevano di apprezzare la qualità dell’istruzione scolastica offerta alle loro figlie e dicevano: «Faremo di tutto per sostenere le nostre figlie nello studio, se avranno il desiderio di continuare». La figlia maggiore è all’ultimo anno di liceo, l’altra all’ultimo di scuola secondaria di primo grado e c’è una terza figlia più giovane alla scuola dell’infanzia. L’Italia sta raccogliendo da famiglie come questa una ricchezza immensa. È ora che si riconosca istituzionalmente questo contributo e si facciano corrispondere agli obblighi (per chi li rispetta) i diritti. Anche per le famiglie straniere.

Massimo Modesti

Genitori migranti (a cura di V. Maher)

 

Uno sguardo innovativo e inconsueto sulle migrazioni, volto a comprendere il ruolo, spesso sottovalutato, e le difficoltà dei genitori migranti nella promozione della riuscita scolastica, l’autostima e l’equilibrio sociale dei figli. Genitori migranti esplora le scelte scolastiche e lavorative, l’approccio alla vita quotidiana, la visione della società in cui vivono e i sogni sul futuro attraverso le esperienze di oltre cento genitori migranti e di insegnanti, mediatori culturali e membri di associazioni culturali.
L’introduzione di Vanessa Maher propone riflessioni teoriche e comparative sul rapporto fra l’esperienza dei genitori migranti nella società ospite e il modo in cui svolgono il loro ruolo nei confronti dei figli. I saggi di Massimo Modesti, Maria Luisa Magagnotti e Sabaudin Varvarica riguardano temi specifici della ricerca: i rapporti dei genitori migranti con la scuola e il lavoro e le percezioni dell’identità.
Il libro sarà di grande interesse e utilità per chiunque affronti i temi dell’immigrazione contemporanea e dell’istruzione, dando voce alle diverse componenti del dibattito educativo.

Indice
Ringraziamenti

Restituire ai genitori migranti la loro vera statura
Vanessa Maher

La ricerca con i genitori migranti a Verona
Vanessa Maher

I rapporti fra i genitori migranti e le istituzioni scolastiche e para-scolastiche
Massimo Modesti

Genitori migranti e l’impatto del lavoro sui rapporti familiari
Maria Luisa Magagnotti

Il mondo sociale dei genitori migranti dell’Albania e dei loro figli: trasformazioni a confronto tra Verona e Birmingham
Sabaudin Varvarica

Appendici
a cura di Vanessa Maher